PALERMO – C’è un filo rosso fra le indagini sulla Trattativa e la discesa in campo di Antonio Ingroia. “Da un po’ percepivo che la mia azione di magistrato fosse giunta al limite del possibile. La stanza della verità sul ’92 è scarsamente illuminata perché da parte della politica, del potere legislativo e di quello esecutivo, ci sono stati pochi aiuti e molti ostacoli alla magistratura. Sono in politica per questo”. Il candidato premier di Rivoluzione Civile si confronta con le domande dei lettori di LiveSicilia: all’ex pm sono stati rivolti anche alcuni dei quesiti posti dai lettori di questo quotidiano, con l’impegno di dare risposta alle altre domande nei prossimi giorni.
Partiamo dalle polemiche. L’accordo di desistenza con il Pd: perché non si è chiuso, che cosa l’ha fatto saltare?
“Non si è chiuso perché avevamo obiettivi diversi. Noi proponevamo un patto politico che poteva diventare un patto di governo. Un patto politico che aveva come suo presupposto indefettibile che Bersani dichiarasse che il Pd non avrebbe mai fatto un accordo con Monti, perché ritenevamo alternative le politiche di Monti rispetto a quelle nostre. Bersani, invece, indirettamente mi ha proposto il cosiddetto ‘patto di desistenza’, offrendo qualche posto nelle liste al Senato del Pd in cambio di una nostra rinuncia a presentare liste al Senato, senza prendere nessun impegno programmatico e di alleanza. Per noi era insoddisfacente, quindi…”.
A questo punto è possibile ipotizzare un accordo dopo le elezioni, nell’eventualità in cui Bersani avesse la maggioranza alla Camera e non al Senato?
“È ipotizzabile sempre alle medesime condizioni: che non ci sia Monti e che ci sia una condivisione dei nostri obiettivi programmatici”.
L’accordo con Grillo, invece: voi avete cercato un dialogo iniziale, poi è saltato tutto e ci sono state anche delle polemiche a distanza. Come definirebbe i suoi rapporti con il Movimento 5 Stelle e con Beppe Grillo?
“Diciamo che è un rapporto di condivisione a distanza di contenuti e programmi. Francamente non capisco cosa davvero ci divida dal Movimento 5 Stelle. Abbiamo molti elementi programmatici in comune, ciò nonostante quando io ho chiesto di aprire un confronto Grillo ha rifiutato per ragioni di calcolo elettorale. Grillo ormai è diventato un mestierante della politica, mentre noi siamo i veri non professionisti della politica, la vera società civile che partecipa a questa competizione elettorale, perché noi non abbiamo l’obiettivo di fare cassa con i voti. Noi abbiamo l’obiettivo di realizzare gli interessi dei cittadini”.
Ad esempio c’è una convergenza sulla proposta di tagliare l’indennità dei parlamentari?
“Sulla questione c’è una proposta che ho sottoposto ai nostri candidati, la rinuncia a una quota consistente dell’indennità parlamentare”.
Parliamo di Silvio Berlusconi: dall’arcinemico della sinistra che era, è diventato nei giorni scorsi nelle sue parole addirittura “simpatico”, come è avvenuta questa trasformazione?
“Berlusconi rimane il nostro irriducibile avversario politico. Poi, avendo avuto un paio di occasioni di incontri con lui ai margini delle nostre rispettive partecipazioni televisive, mi è stato chiesto se ci fossero momenti di simpatia per una battuta che aveva fatto e non ho motivi di non riconoscere che a volte riesce a essere spiritoso. Ma la politica non si fa con le battute di spirito”.
Lei qualche giorno fa ha rilasciato un’intervista al settimanale berlusconiano “Chi”. Alcuni le chiedono: “Perché proprio ‘Chi’?”.
“Io non ho preclusioni nei confronti di nessuno. Fra l’altro era un’intervista seria, dai contenuti politici, non era un’intervista di gossip. Non ho mai rifiutato interviste a nessuno, nemmeno da pubblico ministero, purché fossero interviste su temi seri, importanti”.
Parliamo di Sicilia: in questi giorni ci sono state alcune rotazioni nella burocrazia regionale. Poco fa Orlando diceva “non è giusto che chi non ha la tessera del presidente della Regione non possa continuare a fare il proprio lavoro”. È d’accordo?
“Non conosco la vicenda nel dettaglio, ma se dovessero esserci procedure di spoils system in base ad appartenze di partito la considerei una cosa deprecabile”.
Qualche giorno fa, nel ventennale dell’arresto di Totò Riina, Vittorio Teresi ricordava le sue parole del 19 luglio scorso, quando parlò del buio nella camera della verità. Lui ipotizzava: ‘Magari è entrato in politica per trovare quell’interruttore e accenderlo’. C’è un collegamento fra le sue indagini sulla Trattativa e la sua discesa in campo?
“Assolutamente sì. È da un po’, e infatti anche il 19 luglio feci questa riflessione nel mio intervento, che percepivo il fatto che la mia azione di magistrato fosse giunta, nell’accertamento della verità su quella stagione, un po’ al limite del possibile, nel senso che con gli strumenti dati, nelle condizioni date, la magistratura non poteva andare più avanti di un certo limite. È un limite importante perché si sono accertate più cose del passato. Siamo appunto, come dicevo quella volta, ‘entrati nella stanza della verità’, solo che questa stanza rimane poco illuminata. Ed è scarsamente illuminata perché da parte della politica e da parte del potere legislativo ed esecutivo ci sono stati pochi aiuti alla magistratura. Anzi: ci sono stati ostacoli, e credo che l’ultima relazione del presidente Pisanu, piuttosto reticente e autoassolutoria nei confronti della politica ne sia una conferma. Bene, io sono entrato in politica per entrare in Parlamento e potere avere una politica che sia amica della verità e non ostile alla magistratura”.
L’ultima domanda gliela faccio fare da un editorialista di “S”: è relativa alla sua candidatura in Sicilia occidentale. “Fermo restando, ad esempio, il diritto di ciascuno di sottoporsi al giudizio degli elettori per iniziare un nuovo percorso personale, questo diritto non si affievolisce di fronte all’inopportunità di candidarsi nel medesimo territorio ove si è esercitata fino a quel momento una funzione giudiziaria? Non vi è il rischio, altrimenti, che si alimentino dubbi e sospetti sulla pregressa attività giudiziaria, che possa avere indebolito o rafforzato l’uno o l’altro schieramento politico?”. Lo scrisse Antonio Ingroia a giugno del 2008 su “S”. Ha cambiato idea?
“No, non ho cambiato idea per niente, ma la mia non è una candidatura sul territorio palermitano. Come si sa questo sistema elettorale non richiede preferenze. Sono soltanto il capolista nazionale di una lista: sarebbe stato un po’ curioso che non mi presentassi giusto a Palermo, presentandomi in tutti gli altri collegi. Noi abbiamo un obiettivo: superare la soglia di sbarramento del 4% . Dobbiamo realizzarlo a livello nazionale ed era importante che ci fosse una riconoscibilità della lista Ingroia con Ingroia capolista dappertutto”.
