CATANIA – Mafia, politica e trasporti. Un intreccio criminale svelato dall’inchiesta Caronte che lo scorso anno riuscì a decapitare la battezzata “cupola” degli autotrasportatori legata a doppio filo con imprenditori collusi e boss dei Santapaola Ercolano. Oggi davanti al Gup Francesco D’Arrigo è proseguita l’udienza preliminare: i pm Antonino Fanara e Agata Santonocito hanno formulato la richiesta di rinvio a giudizio per Marco Anastasi, Alfio Aiello, Enzo Aiello, Giovanni Benvenuto, Maurizio Benvenuto, Fabio Brusca, Andrea Bucolo, Bernardo Cammarata, Sergio Cannavò, Francesco Caruso, Stefania Di Napoli, Pietro Di Napoli, Concetto Di Stefano, Cosima Ercolano, Mario Ercolano, Enzo Ercolano, Giacomo Greco, Francesco Guardo, Michele Guardo, Orazio Lo Faro, Santo Massimino, Carmelo Motta, Orazio Patanè, Giuseppe Scuto, Salvatore Scuto, Francesco Strano, Eleonora Virga, Giuseppe Virga, Pietro Virga, Camillo Pulvirenti e Augusto Zuccarello. Il Gup ha aggiornato il processo al 20 ottobre.
Due giorni fa, invece, si è svolta la requisitoria dei due sostituti procuratori che hanno presentato al Gup le richieste di pena per i dieci imputati che sono stati ammessi al giudizio abbreviato. 10 anni per Rosario Bucolo, 8 anni e 6 mila euro di multa per Luigi Calascibetta e Alfio Catania, 9 anni e 4 mesi Natale Raccuia, 4 anni e 6 mesi per Carmelo Motta, 9 anni per Cesare Marletta, 2 anni e 7 mesi per Giovanni Pastoia, 8 anni per Giovanni Malavenda, 2 anni per Santo Floridia e Davide Pappalardo. I pm hanno chiesto la confisca del 100% delle quote sociale delle Due Emme srl, il 100% de La Gema srl, il 100% delle quote sociali della So.Me.Ca. Srl.
L’INCHIESTA – Il nome del trasportatore dantesco è stato scelto dai Ros per evidenziare come le radici di Cosa nostra catanese si erano radicati soprattutto nel settore della logistica marittima. E non solo: anche distribuzione delle carni ed edilizia. E’ stata analizzata l’evoluzione della “famiglia” dopo le inchieste Dionisio, Nemesi, Iblis ed Efesto. Ancora una volta – secondo la Procura – i Santapaola Ercolano hanno “una forte vocazione imprenditoriale” e sono riusciti con la collusione di colletti bianchi e politici a “infiltrarsi” nei settori cruciali dell’economia siciliana.
Vincenzo Ercolano sarebbe lo “stratega” nel settore del trasporto. A supportarlo sarebbero stati gli imprenditori affiliati Francesco Caruso e Giuseppe Scuto, che secondo i Ros “hanno svolto un ruolo centrale”. Caruso, prima schierato nelle file degli imprenditori legati ai Riela almeno a partire dagli anni ‘90, sarebbe poi transitato con la famiglia Santapaola Ercolano. La data cristallizzata dai Ros del “passaggio” è il 2004. Caruso e Giuseppe Scuto arrivano a costituire un partito, il PNA, che sarebbe servito a preservare i propri interessi. Caruso era il segretario politico e Scuto il presidente. Nelle elezioni europee del 2009, attraverso Cristaudo, il PNA si metteva a totale disposizione – secondo gli investigatori – dell’allora presidente della Regione, Raffaele Lombardo. In quella campagna elettorale furono utilizzati proprio i camion aderenti al PNA. Caruso per il pagamento dovette ricorrere ad un decreto ingiuntivo nei confronti dell’Mpa di oltre 170 mila euro.
Caruso sarebbe anche stato l’intestatario fittizio dei Servizi Autostrade del Mare. Qui avrebbero avuto occulti interessi – secondo il Ros – Vincenzo Ercolano, Enzo e Alfio Aiello.
La mente criminale sarebbe Vincenzo Ercolano, titolare al pari di suo padre Giuseppe, di imprese di notevole dimensioni. Per accrescere i propri affari “avrebbe utilizzato la forza intimidatrice” del suo cognome. Un potere creato – secondo gli investigatori – attraverso alleanze eccellenti della criminalità organizzata anche palermitana, e con imprenditori “presumibilmente collegati” alla mafia agrigentina. Giovanni Pistoia, della famiglia Belmonte Mazzagna, uomo di fiducia di Bernardo Provenzano, e Pietro Virga, di cui Ercolano sarebbe socio occulto,. Questo solo per fare alcuni nomi.
Il controllo delle vendite della carne sarebbe avvenuto, invece, tramite accordi e l’intestazione fittizia di alcune società all’imprenditore calabrese Giovanni Malavenda. Diretto il coinvolgimento di Vincenzo Aiello, il referente provinciale della cosca, e anche del fratello Alfio. I “picciotti” di Aiello avrebbero continuato ad operare anche dopo l’arresto del loro capo “intessendo rapporti con altri esponenti nell’organizzazione e impegnandosi anche in attività di estorsione e di controllo nella vendita di carne nella grande distribuzione”. Gli interessi dell’organizzazione criminale sarebbero stati garantiti da Carmelo Motta gestore delle macellerie negli hard discount Fortè e Malavenda per gli Eurospin Sicilia. Mani anche sull’edilizia: qui avrebbero operato Michele e Francesco Guardo.

