Marwan ha quattro anni e scappa da un Paese in guerra. La sua immagine, immortalata al confine tra Siria e Giordania da una fotografia di Andrew Harper, ha commosso il mondo intero. In questo scatto è lo spazio che segna il tempo ed ogni particolare è come una tessera che contribuisce a disegnare un mosaico di emozioni forti. Il terreno è brullo, arido ed oltre l’orizzonte sembra risuonare l’eco delle grida di libertà che l’incessante tuonare dell’artiglieria di un regime tirannico non riesce a soffocare. Marwan ha gli occhi bassi, lo sguardo fisso dinanzi a sé e non c’è timore o imbarazzo nel suo incedere un po’ sbilenco; ha attraversato la linea netta tra un passato ormai alle spalle ed un futuro tutto da decifrare in una terra che mai sarà una Patria ma alla quale è costretto, per necessità, ad affidare ogni speranza di una vita migliore.
I colori vivaci del suo abbigliamento si rincorrono in un contrasto cromatico in grado di svelare le emozioni che ne scuotono l’anima ed i timori che imperversano nella sua mente. Procede quasi indifferente alle offerte di aiuto dei volontari dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, alla frenesia tradita dalla loro postura ed alla preoccupazione dipinta sui loro volti. Ad essi Marwan offre l’immagine di compostezza che accompagna chi conosce il proprio posto nel mondo, chi ha ben fissa la meta e non ha paura di intraprendere il cammino, anche da solo se necessario.
E’ lui l’erede spirituale di un popolo fiero, mai domo, che il tempo e la tirannide non è riuscito a piegare ed un passo dopo l’altro affronta la polvere del deserto con una dignità quasi regale sotto il peso del ricordo di un orrore che non potrà mai dimenticare e con il quale dovrà imparare a convivere come in un incubo senza tempo. A tutti noi, questo bambino di soli quattro anni dona l’immagine di una virtù ormai quasi sconosciuta al mondo occidentale che nel reagire alle tragedie talvolta perde sobrietà e coraggio. Un sacchetto in mano e gli abiti che indossa sono tutto ciò che resta di un passato da lasciarsi necessariamente alle spalle per poter affrontare un futuro dai tratti incerti.
Come tutti coloro che sono costretti a sfuggire ad un presente di orrore e dolore con il cuore gonfio di speranza per un avvenire diverso, Marwan è costretto a sviluppare la memoria dei superstiti: rimuovere e dimenticare tutto ciò che non ha più valore, che disturba e che non può essere utile, per tenere a mente solo ciò che serve per andare avanti. Sa bene che altrimenti non c’è alcuna possibilità di farcela. Alla sua età è più facile perché, come scrisse Conrad, “è privilegio della prima gioventù vivere d’anticipo sul tempo a venire, in un flusso ininterrotto di belle speranze che non conosce soste o attimi di riflessione”.
Quella di Marwan è l’ennesima storia di lotta per la sopravvivenza il cui lieto fine, questa volta, solleva la nostra coscienza dallo straziante senso di impotenza con cui siamo soliti affrontare le tragedie di chi è costretto da guerre, carestie, tirannidi e povertà ad abbandonare il proprio Paese nel tentativo, spesso risultato vano, di trovare altrove un’occasione di riscatto. Allo stesso tempo, però, questa vicenda stimola riflessioni ben diverse da quelle che hanno fatto da contorno alla recente strage di Lampedusa con la consueta, tardiva ed ipocrita professione di buone intenzioni e con le affollate parate di solidarietà in cui in erano in troppi a contendersi la prima fila nell’auspicio di trovare soluzioni condivise ed efficaci in grado di offrire risposta alle precise sollecitazioni che il fenomeno dei migranti ci pone.
Il tema dell’immigrazione è ostico, difficile da affrontare poiché inevitabilmente appesantito dalle zavorre ideologiche che lo accompagnano e che neppure una quasi universalmente condivisa umana pietas è in grado di tirar fuori dall’affollato recinto di buone intenzioni in cui, però, rimane confinato. La forza e la determinazione di Marwan ci chiede in cambio qualcosa in più della compassione e dell’emozione che siamo soliti offrire in occasione dell’ennesimo dramma della povertà e della disperazione sfiorato. Al suo sguardo volitivo e speranzoso cui affida sogni e aspettative, non possiamo contrapporre il nostro consueto atteggiamento benevolo ma distante, quasi distratto, inesorabilmente falso ed ipocrita.
Viviamo in un mondo in cui pressoché ovunque cede ogni barriera ma che, al contempo, appare ancora limitato dai ristretti limiti di confini che hanno perso ogni ragione di esistere in una società ormai così globalizzata da aver smarrito ogni forma di identità nazionale. Questa rinnovata consapevolezza ci impone una politica di immigrazione che non può più prescindere dall’assicurare una effettiva integrazione che non sia fondata sulla semplice ma indifferente disponibilità ad accogliere chiunque bussi alla nostra porta. Non appare più sufficiente un sistema di porte scorrevoli che cela un disinteresse di fondo per le sorti di chi giunge nel nostro Paese e – una volta deluso, emarginato, mai integrato – è costretto ad andare via senza aver lasciato traccia della propria esistenza se non vuol rimanere confinato nel ghetto di una benevola tolleranza.
Un tessuto sociale che appare irrimediabilmente atrofizzato non può più fare a meno di nuove risorse capaci di apportare nuova linfa vitale, ancor più necessaria nella misura in cui essa sia in grado di offrire validi profili di diversità, di arricchimento e di miglioramento per tutti. L’immagine di quel bambino, del suo sguardo determinato, sicuro di sé e consapevole dei valori e delle qualità che possiede, chiede a questo Paese uno sforzo deciso per interpretarne le speranze, percepirne le inclinazioni e contribuire ad assecondarne la realizzazione, perché accogliere non basta, occorre integrare.

