La dinasty dei Genovese |Il potere un affare di famiglia

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25 Settembre 2017, 18:00

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PALERMO – “Luigi ha una esperienza che gli viene dalla sua famiglia”. Così Gianfranco Miccichè sul palco a Messina presentava nei giorni scorsi la candidatura all’Ars del figlio poco più che ventenne di Francantonio Genovese. E in effetti, nella dinasty messinese, il potere è proprio un affare di famiglia, da tempo. Se Luigi è figlio d’arte, infatti, lo stesso vale per il padre Francantonio. Che è figlio di Luigi, senatore Dc dal 1972 al 1994 e nipote del potentissimo Nino Gullotti, sei volte ministro e grande collettore di tessere negli anni d’oro della Balena Bianca. Un patrimonio politico che si è consolidato con Francantonio, il politico travolto dall’inchiesta sui Corsi d’oro della formazione professionale che gli è costata una condanna in primo grado a undici anni di reclusione.

Quella dei Genovese è una potentissima dinastia, perfettamente inserita nell’intreccio tra politica e imprenditoria che ha fatto il bello e il cattivo tempo nella città dello Stretto. Questo almeno prima che le attenzioni della magistratura si focalizzassero sul grande business della formazione professionale, che coinvolgeva a Messina altri esponenti della dinasty, dal cognato di Genovese Franco Rinaldi alla moglie di lui, sorella della moglie di Genovese. Tutti e quattro sono stati condannati in primo grado nel processo Corsi d’oro. Che ha passato al setaccio il corposo giro di denaro pubblico che gravitava attorno ai corsi di formazione. Una “imponente macchina elettorale”, la definirono gli inquirenti. Un business fiorente negli anni che furono anche quelli del consolidamento del consenso di Francantonio. Che all’epoca era anche azionista e dirigente del gruppo Franza, il colosso dei traghetti, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Franzantonio”.

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Già giovane democristiano, Genovese attraversò diverse sigle della diaspora democristiana alla fine della Prima repubblica, prima nel centrodestra e poi nel centrosinistra. Approdato ai vertici della Margherita rutelliana, divenne poi il primo segretario del Pd siciliano. Fu deputato regionale e poi sindaco di Messina, eletto nel 2005 con l’Unione. Signore delle tessere nella sua città, alle primarie del 2012 fu il dem più votato d’Italia, con poco meno di ventimila voti ai gazebo, un record ineguagliabile. Poi vennero i guai giudiziari, l’arresto, il processo e la condanna non definitiva. Con in mezzo il passaggio, con famiglia al seguito, sotto le insegne di Forza Italia. Suscitando all’epoca qualche mal di pancia soprattutto tra gli ex An. Nelle liste berlusconiane adesso si accasa il figlio. A sostegno della candidatura di Nello Musumeci, “E’ la prosecuzione di un percorso”, ha detto il giovane Luigi scendendo in campo.

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25 Settembre 2017, 18:00

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