Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, Papa Leone XIV ci consegna un pensiero che sembra scolpito nella storia: la pace non è solo un equilibrio di forze, ma una conversione del cuore. È un’eco che attraversa i secoli. Già sant’Agostino ammoniva che «la pace è la tranquillità dell’ordine», ma aggiungeva che questo ordine nasce innanzitutto dall’interiorità dell’uomo. Leone XIV riprende questa intuizione quando afferma che «non basta disarmare le nazioni, se non impariamo a disarmare noi stessi». È un rovesciamento radicale: la pace mondiale comincia nella stanza segreta della coscienza.
La storia ci insegna che i conflitti non esplodono solo per ragioni geopolitiche, ma perché i cuori si induriscono. Lo aveva compreso anche Aldo Capitini, padre del pacifismo italiano, quando scriveva che «la nonviolenza è apertura all’altro, non chiusura difensiva». E lo ricordava Giorgio La Pira, il sindaco santo, che parlava di «disarmo atomico dei cuori» come condizione per qualsiasi disarmo reale. Sono parole che sembrano scritte per oggi.
Disarmare se stessi significa deporre le armi invisibili: la paura, il pregiudizio, la tentazione di vedere nell’altro una minaccia. È un lavoro lento, quasi artigianale. Ma è l’unico che può generare una pace duratura. Come disse Giovanni XXIII nella Pacem in Terris, «la pace si fonda sulla verità, si costruisce nella giustizia, si anima nella carità». Non c’è pace senza un cuore che si lascia toccare.
In questo orizzonte, la Sicilia diventa un luogo simbolico. Terra di approdi e di partenze, di convivenze possibili e di ferite ancora aperte. Una terra che conosce la fatica della pace, ma anche la sua bellezza. Non è un caso che Federico II, imperatore e legislatore, proprio da Palermo sognasse un Mediterraneo come spazio di dialogo tra popoli diversi. E che Ignazio Buttitta, poeta siciliano, ricordasse che «un popolo diventa povero quando gli rubano la pace». La Sicilia sa che la pace non è un concetto astratto: è un pane quotidiano da impastare insieme.
Riccardi direbbe che la pace è un “lavoro di comunità”, un’opera collettiva che nasce quando le persone si incontrano e si ascoltano. È ciò che accade nelle periferie siciliane quando si apparecchiano tavole comuni, quando si costruiscono ponti tra generazioni e culture. Sono gesti che disarmano la solitudine e la paura, e che ricordano le parole di don Pino Puglisi: «Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto».
Il messaggio di Papa Leone XIV ci invita dunque a un duplice movimento: guardare lontano, verso un mondo che ha bisogno di disarmo e dialogo tra le nazioni; e guardare dentro, verso quel lavoro silenzioso che ciascuno può fare per diventare costruttore di pace. Perché – come scriveva La Pira – «la pace è il nome nuovo della civiltà».
Ma il Papa aggiunge qualcosa di più radicale: non ci sarà disarmo delle nazioni senza un disarmo del cuore. È un’immagine che colpisce, perché ci riguarda da vicino. Le armi più pericolose non sono solo quelle che si fabbricano nelle industrie belliche; spesso sono quelle che custodiamo dentro di noi: la diffidenza, il rancore, la paura dell’altro. Sono armi silenziose, ma capaci di scavare fossati profondi.
La storia siciliana ci offre anche esempi luminosi di questa pace disarmante. Come quando, nel 282 a.C., Gela aprì le porte ai profughi siracusani; o quando, nei secoli, le nostre città accolsero greci, arabi, normanni, e da quell’incontro nacque una cultura nuova, più ricca e più umana. La Sicilia, con le sue ferite e la sua bellezza, sa che la pace non è mai un gesto isolato: è un intreccio di scelte, di memorie, di responsabilità.
Leone XIV ci ricorda che la pace è un cammino che parte sempre da qualcuno che decide di fare il primo passo. Il disarmo delle nazioni e il disarmo del cuore sono due movimenti inseparabili: senza il primo, il mondo resta ostaggio della paura; senza il secondo, la politica diventa un guscio vuoto. La pace, invece, è un’opera integrale: nasce dentro e si costruisce fuori, cresce nelle coscienze e si traduce in scelte concrete.
E forse — suggerisce il Papa — la Sicilia può essere ancora una volta maestra di pace: con la sua storia di popoli intrecciati, con la sua capacità di accogliere, con la sua ostinata speranza che anche dalle ferite possa nascere qualcosa di nuovo. Una pace disarmante, appunto: che non teme di essere mite, perché sa che la mitezza è più forte della violenza.

