PALERMO- Davanti al Teatro Massimo, nel cuore di una serata afosa, c’è un originale danzatore convocato lì da chissà quale destino. Cappello variopinto, giacca multicolore, segue una musica che sente solo lui da un auricolare, in armoniosa assonanza con la sua interiorità. I palermitani lo osservano distratti, i turisti gli battono le mani, in un tempo che però non coincide con quello che l’ignoto ballerino sta ritmando, lui e solo lui.
Si incontrano metafore per strada, in una città che scrive romanzi a ogni passo: non è così anche Palermo, mentre accorre reclamata dal suo Festino, mentre si muove in una danza intraducibile ai più? Chi potrà mai riferirla la passione che ci posiziona in adorante gregge per accorrere al cospetto della Santuzza che chiama il suo popolo? Una risacca di voci: “Rusulia, Rusulia”. Rosalia, Santuzza e bambina nostra, ora scendi dal tuo monte e accarezza tutti, uno per uno, senza dimenticare nessuno.
Un esercito di sudore, tappine e sedioline ‘a mano’ per portarsi il posto da casa incede tra il Cassaro e la Marina. Avanzano, nella caccia grossa ai babbaluci fumanti, da sucare in fretta, chiassosi, già sfatti per la fatica di un giorno caldissimo, eppure non crollano. Siamo indolenti tutto l’anno e un po’ cinici. Scambiamo l’oro con la munnizza e non crediamo quasi in niente. Ma quando la Santuzza abbozza un cenno accorriamo ai suoi piedi, devoti.
Sucano e camminano. Camminano e sucano nel Festino consacrato a Palermo bambina. Ci pensiamo ai bambini, quaggiù? Non come scrittura del futuro, ma come occhi che scrutano gli adulti, ora, fino a fargli confessare la colpa di essere cresciuti. Bambini come Ciccio che l’anno scorso fu preso, con braccia salde, dall’arcivescovo Lorefice e innalzato al cielo per una preghiera. Adesso Ciccio il Festino lo osserva e se lo gode dal balcone più alto che c’è. Bambini come una piccola creatura di un tenue colore caffellatte che stringe, tra le sue dita, le mani del papà. Entrambi se ne vanno trasognati: chi è più palermitano di loro?
Questi palermitanissimi palermitani di ogni sfumatura li prenderesti, uniti, fra le braccia, perché commuovono per la pena e la gioia che hanno sul volto. E ti viene il rimpianto che non sia sempre così, nel crisma di una divisione permanente. Possediamo il segreto di una strana bellezza, ma siamo spesso in guerra, ciascuno nella sua casa e nella sua macchina.
Pensiamoci alla bellezza, con gratitudine. Alle anime aggraziate che l’hanno difesa, conservata e consegnata. A Rosanna Pirajno che aveva i capelli bianchi ed è andata via presto. A Laura Nobile che il Festino l’ha raccontato, che del Festino era innamorata, andando via prestissimo.
Intanto, la macchina messa a punto da Lollo Franco, direttore artistico con Letizia Battaglia, affronta il nodo del consenso e regge magnificamente, dispiegando la consueta e collaudata magia. Lo spettacolo si rivela sontuoso, arricchito dagli spericolati acrobati de ‘La Fura dels Baus’ che trattano il cielo di Palermo come il pianerottolo di casa. Una scena popolare nel senso della sostanza migliore. Il ‘Cassaro’ si riempie, da lontano la voce intensa di Leo Gullotta, maestro catanese al servizio della Santuzza, dispiega la narrazione che non è mai cambiata. Finisce sempre con la sconfitta del male in favore del bene. Ed è ancora una volta l’unione che vince. Le gocce di sudore luccicano sulle guance dei ballerini, degli artisti e dei teatranti, nel prodigio di un giorno solo.
Un corteo di anime infiammate in tappine e di babbaluci rassegnati si avvia, pregustando il finale. Che è preceduto, prima dei fuochi d’artificio, dal grido “Viva Palermo e Santa Rosalia del sindaco perenne, Leoluca Orlando, conosciuto dai più come Sinnacollanno. Un boato di applausi lo solleva.
Due certezze. Il ‘Sinnacollanno’, alla sua età non più verdissima, è comunque un atleta olimpionico sotto mentite spoglie, se riesce a inerpicarsi sul carro, con la calura che fa, dopo la camminata, e ad espettorare con tanto vigore il suo “Viva Palermo etc etc etc”. E la città che dice, in qualche caso, di odiarlo, poi, segretamente lo ama, infatti lo elegge e lo vezzeggia, in lui si identifica e gli recapita sentiti battimani. Un altro miracolo? Una iattura? I partigiani delle fazioni avverse variamente risponderanno. La pirotecnia conclude l’epica accaldata della festa. Restano sul prato del Foro Italico una moltitudine con gli occhi e la pancia pieni accanto ai gusci dei babbaluci che hanno assistito, impotenti, al loro sterminio.
Si torna a casa con le luci che non smettono di esplodere nella breve memoria di una deflagrazione oculare. Ci disperderemo, ci combatteremo, ci odieremo, perfino, infine ci riscopriremo palermitani, insieme, in un’altra notte di luglio. Allora, come ora, Rosalia, scenderà dal suo monte, rinnovando il rito di uno stupore innocente. Tornerà con noi, la Santuzza, per celebrare, sotto il cielo di Palermo, l’ennesimo Festino del nostro rimpianto.

