La Sicilia che (non) vorrei: scrive Davide Faraone

La Sicilia che (non) vorrei: cosa fa la politica nella terra del ‘pititto’

Faraone Musumeci
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Se state cercando di capire se conviene stare con noi per gestire un po’ di potere, potete smettere di leggere questo pezzo.

Avete sbagliato indirizzo.

Se cercate un carro su cui salire, scegliete quello che governa oggi la Sicilia. Sono bravissimi. Gestiscono incarichi, presidenze, sottogoverni, consulenze, aziende, posti nei consigli d’amministrazione e se serve, basta chiedere e garantire fedeltà, vi trovano anche un lavoro. In una Regione nella quale spesso non si riesce a gestire un pronto soccorso, un autobus o un aeroporto, almeno nella gestione del potere abbiamo raggiunto livelli di assoluta eccellenza.

Noi invece abbiamo un’ambizione: al posto del potere vogliamo gestire il “pititto”.

E per questo cerchiamo gente affamata.

Steve Jobs invitava i giovani a essere affamati e folli. Noi, più modestamente, vorremmo cominciare dagli affamati. Di cambiamento. Di futuro. Di lavoro. Di imprese. Di salari migliori. Di una sanità che curi, di autobus che passino, di strade percorribili, di ragazzi che possano restare senza dover chiedere il permesso a un notabile.

E anche un po’ folli, certo. Perché oggi in Sicilia pensare che tutto questo sia possibile viene considerato una forma abbastanza seria di squilibrio.

Per troppo tempo la politica siciliana ha avuto fame. Ma delle cose sbagliate.

Ha sfamato chi era in cerca di favori. Ha distribuito quel poco che c’era ai clientes anziché creare ricchezza da distribuire a tutti.

Noi vogliamo cambiare appetito.

La Sicilia che non vorremmo, infatti, non è soltanto quella che brucia ogni estate, che aspetta mesi per una visita medica, che perde un treno, un aereo, un giovane, un investimento. È quella che, a forza di vedere tutto questo, ha cominciato a considerarlo normale.

Perché il problema più serio della Sicilia non è che le cose non funzionino. È che ormai siamo diventati bravissimi a spiegarci perché non possono funzionare.

Se l’Etna paralizza l’aeroporto di Catania, scopriamo che Nello Musumeci conosceva il problema da ventisette anni. Se vengono rubate opere d’arte da un museo, Renato Schifani scopre il giorno dopo che mancava un collegamento diretto con le forze dell’ordine. Se vengono assunti autisti che poi non possono guidare gli autobus, ci sarà certamente una norma, un comma, una competenza che renderà tutto perfettamente incomprensibile e dunque perfettamente siciliano.

In Sicilia non manca l’efficienza. È soltanto distribuita male.

Sappiamo dopo ciò che avremmo dovuto sapere prima, sappiamo prima ciò che dovremmo sapere dopo e ricordiamo per decenni ciò che, avendone avuto il potere, avremmo potuto provare a cambiare.

Su una cosa, però, siamo puntualissimi: il potere.

Cambiare appetito significa allora cambiare le cose di cui si occupa la politica.

Prendiamo i giovani.

La Sicilia continua a spendere soldi per farli nascere, crescere, studiare, laureare e poi li regala al resto d’Italia e d’Europa. È il più generoso programma di cooperazione internazionale mai inventato: noi sosteniamo i costi, Milano e Berlino incassano il capitale umano.

Poi però ci laviamo la coscienza e organizziamo un bel convegno sullo spopolamento.

Noi proponiamo una cosa diversa: una Start Tax siciliana, una forte riduzione dell’Irpef per i giovani che lavorano in Sicilia. Se vogliamo convincere un ragazzo a restare o a tornare, cominciamo col lasciargli più soldi in tasca.

E utilizziamo le risorse regionali per incentivare davvero le imprese che assumono giovani a tempo indeterminato, soprattutto nei settori nei quali possiamo competere: digitale, turismo di qualità, cultura, agroalimentare, ricerca ed energia.

Anche sulle rinnovabili dobbiamo smetterla con le guerre di religione. La Sicilia ha sole, vento e spazio per diventare una grande piattaforma energetica del Mediterraneo. Sarebbe folle non approfittarne. Ma è altrettanto folle riempire indiscriminatamente di pale e pannelli paesaggi, aree archeologiche e luoghi che rappresentano la nostra identità e sono essi stessi una fonte di ricchezza.

Vogliamo più energia pulita, non meno bellezza. Servono una pianificazione regionale seria, aree idonee definite prima e non dopo le autorizzazioni, priorità alle zone industriali, degradate e già compromesse, e una tutela rigorosa del patrimonio ambientale, paesaggistico e artistico. La transizione energetica deve produrre energia, lavoro e investimenti senza distruggere ciò per cui milioni di persone vengono in Sicilia.

Il pititto è questo: avere fame di ragazzi che restano, di imprese che arrivano, di energia che costa meno. Non di favori da distribuire.

Poi c’è la sanità.

Non si può morire di difterite nel 2026. È la spia più drammatica di un sistema che non funziona come dovrebbe. In Sicilia ci si vaccina molto meno che nel resto d’Italia. Abbiamo costruito un sistema nel quale per una visita specialistica si può aspettare mesi, mentre per alcune nomine bastano poche riunioni tra notabili.

Anche qui bisogna invertire l’ordine delle priorità.

Liste d’attesa pubbliche e trasparenti. Un unico sistema regionale di prenotazione che permetta al cittadino di sapere in tempo reale dove può ottenere prima una prestazione. Ambulatori aperti anche la sera e nei fine settimana dove le attese sono più lunghe. Utilizzo pieno delle strutture pubbliche e convenzionate prima di costringere le persone a pagare di tasca propria.

E soprattutto bisogna smettere di misurare la qualità della sanità contando gli ospedali sulla carta. Un ospedale senza medici, infermieri, servizi e tecnologie non è un presidio sanitario: è un edificio con un’insegna.

La vera sfida è costruire una sanità vicina alle persone: medicina territoriale, assistenza domiciliare, case di comunità che funzionino davvero, pronto soccorso liberati da ciò che può essere curato altrove. Meno inaugurazioni e più cure.

Direttori generali e manager devono essere giudicati su pochi risultati verificabili. Se peggiorano vanno a casa. A prescindere dal santo politico che li protegge.

Poi ci sono le imprese.

In Sicilia aprire un’attività può diventare una prova iniziatica. Devi dimostrare di volere davvero investire qui superando autorizzazioni, pareri, conferenze, silenzi, rinvii e competenze che si inseguono fra uffici diversi.

Noi vogliamo rovesciare il rapporto.

Per ogni grande investimento deve esserci un solo interlocutore, con tempi certi e responsabilità individuabili. Non può essere l’imprenditore a fare il postino tra gli uffici della Regione.

E dobbiamo utilizzare la nostra autonomia fiscale per attirare investimenti e lavoro, non soltanto per rivendicare competenze.

Poi ci sono le infrastrutture.

Non abbiamo bisogno di moltiplicare gli aeroporti sulla carta. Abbiamo bisogno di far funzionare quelli che abbiamo e soprattutto di riuscire a raggiungerli. Ferrovie, autobus, porti e aeroporti devono diventare un unico sistema. Un turista che atterra a Palermo o Catania, Birgi o Comiso, non dovrebbe affrontare un viaggio nel tempo per raggiungere il resto dell’isola. E un siciliano non dovrebbe impiegare più tempo per attraversare la propria Regione che per arrivare a Milano.

L’intermodalità non è una parolaccia: significa poter scendere da un aereo e trovare un treno, scendere da un treno e trovare un autobus, arrivare in un porto e sapere come proseguire.

Poi c’è la sicurezza.

Ci sono troppe armi in giro e troppa gente che pensa di poterle usare. Servono più forze dell’ordine, più controllo del territorio e una lotta senza ambiguità alla mafia e al pizzo. Perché senza legalità non ci sono investimenti, sviluppo e, soprattutto, cittadini liberi.

Poi l’acqua.

In un’isola che alterna siccità, razionamenti e reti colabrodo continuiamo a comportarci come se ogni emergenza fosse la prima della storia. Serve un sistema regionale vero: un ambito unico, un gestore unico, una tariffa unica, una regia unica, economie di scala, investimenti sulle reti, sugli invasi, sulla depurazione e sul riuso delle acque. L’acqua deve tornare a essere un servizio pubblico, non una lotteria legata al comune nel quale si ha la fortuna o la sfortuna di abitare.

E i rifiuti.

Qui il programma è persino semplice: portare la raccolta differenziata ai livelli delle regioni migliori, costruire gli impianti che servono, recuperare materia ed energia e chiudere definitivamente la stagione nella quale seppellire rifiuti nelle discariche è stato più conveniente che trasformarli.

Una politica seria dei rifiuti dovrebbe avere un obiettivo abbastanza elementare: togliere valore economico alla discarica e darlo al riciclo.

Poi ci sono le persone con disabilità e le loro famiglie.

Qui conosco bene la distanza fra un diritto scritto e un diritto vissuto.

Una famiglia non può trascorrere la propria esistenza a ricominciare ogni volta da capo, bussando a Comune, Asp, scuola, Regione, servizi sociali, dimostrando continuamente un bisogno che tutti conoscono già.

Serve una presa in carico unica, con un progetto di vita che accompagni la persona e non costringa la persona a inseguire le amministrazioni.

Il livello di civiltà della Sicilia non si misura da quanti convegni organizziamo sull’inclusione, ma da quanta autonomia riusciamo a garantire alle persone e da quanto peso riusciamo a togliere dalle spalle delle loro famiglie.

Poi c’è la cultura.

E qui Agrigento Capitale italiana della Cultura dovrebbe essere studiata nei manuali. Non di storia dell’arte, ma di amministrazione pubblica. Abbiamo ricevuto un’occasione nazionale straordinaria per raccontare la Sicilia al mondo e siamo riusciti a trasformarla in polemiche, ritardi, improvvisazioni e figuracce.

Per come è stata gestita Agrigento Capitale della Cultura, Schifani avrebbe meritato da solo il licenziamento politico.

Perché la cultura in Sicilia non è un ornamento da sistemare dopo aver distribuito il resto. È economia. È turismo. È occupazione. È identità. Abbiamo un patrimonio archeologico, artistico e monumentale che mezzo mondo ci invidia e troppo spesso lo amministriamo come un fastidio.

Musei aperti e sicuri, siti archeologici accessibili, personale sufficiente, bigliettazione e servizi digitali, collegamenti con i territori, una programmazione degli eventi che si faccia un anno prima e non una settimana prima. Ogni euro investito bene nella cultura può produrre ricchezza, lavoro e reputazione.

E poi scuola e università.

Non possiamo chiedere ai giovani di restare se li prepariamo alla partenza.

Serve una Sicilia nella quale scuola, università e imprese finalmente si parlino. Più tempo pieno nelle aree dove la dispersione scolastica è più alta. Scuole aperte anche il pomeriggio nei quartieri difficili, perché un edificio scolastico chiuso alle due è uno spazio regalato alla strada. Investimenti seri negli ITS, nei laboratori, nella formazione digitale e nelle competenze richieste dalle imprese.

E le università siciliane devono diventare uno dei principali strumenti della nostra politica di sviluppo: attrarre ricercatori, studenti stranieri e imprese, finanziare ricerca applicata, sostenere gli spin-off e trattenere i nostri talenti.

Non basta laureare ragazzi bravissimi per consegnarli all’aeroporto con una corona d’alloro in testa.

Dobbiamo costruire le condizioni perché possano scegliere di restare.

Infine c’è la politica.

Perché tutte queste cose non si fanno se continuiamo a governare la Sicilia con il manuale delle correnti.

Per questo considero surreale che, davanti alla debolezza del governo regionale e ai continui agguati all’Ars, qualcuno proponga di abolire l’elezione diretta del Presidente della Regione.

Il problema non è che i siciliani scelgano troppo. È che, dopo che hanno scelto, una parte della politica prova a riprendersi ciò che gli elettori le hanno tolto.

Facciamo l’opposto.

Riduciamo drasticamente il voto segreto all’Ars. Introduciamo il voto di fiducia anche in Sicilia. Sulle leggi fondamentali del programma ciascuno deve assumersi pubblicamente la responsabilità del proprio voto. Se viene meno la maggioranza politica, il governo ne trae le conseguenze.

Basta governi che sopravvivono una settimana alla volta negoziando con franchi tiratori e capicorrente.

E basta con la Regione utilizzata come un gigantesco condominio nel quale ogni partito pretende il proprio pianerottolo: un’azienda sanitaria a te, una partecipata a me, un ente a lui.

Non vogliamo sostituire i loro nomi con i nostri nomi. Vogliamo cambiare il criterio.

Chi viene con noi pensando “finalmente toccherà a noi” può tranquillamente restare dov’è. Cerchiamo quelli che pensano “finalmente cambieremo tutto questo”.

Perché questa è la vera questione morale siciliana. Non riguarda soltanto ciò che è penalmente lecito o illecito. Per quello esistono i magistrati. Riguarda la differenza tra utilizzare il potere per conservare il potere e utilizzarlo per rendere le persone più libere.

Questo è il nostro “pititto”.

Creare ricchezza e redistribuirla. Attirare imprese anziché distribuire incarichi. Far crescere salari anziché clientele. Produrre energia senza consumare paesaggio. Trasformare cultura e conoscenza in lavoro. Costruire servizi anziché dipendenze. Restituire potere ai cittadini anziché organizzare il potere dei notabili.

Perciò l’avvertenza iniziale resta valida anche alla fine.

Chi ha fame di potere ha già dove mangiare. E, bisogna riconoscerlo, il buffet è piuttosto fornito.

Chi ha fame di cambiamento venga con noi.

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Siate affamati. Siate folli. Soprattutto, siate siciliani che hanno ancora abbastanza fame da non essersi rassegnati.

Davide Faraone, deputato e capogruppo del gruppo parlamentare Italia Viva – Il Centro – Renew Europe


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