La Sicilia che (non) vorrei. Puoi partecipare anche tu. Scrivi a direttore@livesicilia.it. LEGGI QUI.
Già nel titolo scelto per questa iniziativa c’è un problema nell’uso dei tempi del verbo volere.
“La Sicilia che (non) vorrei” richiama un’ipotesi o un timore futuro. Ma quella di cui parliamo è, in troppi suoi aspetti, la Sicilia di ieri e di oggi.
Per questo preferisco il presente indicativo.
Non la Sicilia che non vorrei.
La Sicilia che non voglio.
Non voglio la Sicilia della povertà diventata una condizione permanente, quasi un destino al quale rassegnarsi; quella in cui troppe famiglie vivono nell’incertezza, troppi giovani non trovano un lavoro adeguato alle proprie aspirazioni e troppe persone rinunciano persino ai bisogni essenziali.
Non voglio la Sicilia degli annunci e delle promesse quasi mai mantenute. Una Sicilia nella quale la politica racconta ciò che farà domani per non rispondere di ciò che non ha fatto ieri e non riesce a fare oggi.
Non voglio una politica troppo occupata da manovre di palazzo, correnti, nomine e rendite di posizione per affrontare i problemi reali. Una politica che discute di chi debba occupare un posto e troppo raramente di cosa debba essere fatto, con quali competenze, in quanto tempo e assumendosi quali responsabilità.
Non voglio una Sicilia nella quale il bene comune venga invocato nei discorsi e dimenticato nelle decisioni; nella quale spostarsi continui a essere un’impresa e strade, ferrovie e collegamenti misurino la distanza civile ed economica che separa interi territori dal resto del Paese.
Non voglio una Sicilia che affronti la sicurezza soltanto dopo che un fatto grave ha suscitato clamore e paura. La sicurezza si costruisce con la presenza dello Stato, la prevenzione, la scuola, i servizi sociali e il controllo del territorio.
Soprattutto, non voglio questa sanità.
Non voglio che ammalarsi significhi attese interminabili, disorientamento, solitudine e diseguaglianze. Non voglio che il diritto alla salute dipenda dal luogo in cui si vive, dalla possibilità di pagare, dalla conoscenza giusta o dalla capacità di partire per curarsi altrove.
Non voglio una sanità amministrata nell’emergenza permanente, mentre ogni nuovo assessore — il terzo in questa legislatura — annuncia l’ennesima rifondazione e i problemi restano gli stessi: liste d’attesa, pronto soccorso sovraffollati, territori deboli, personale esasperato, prevenzione insufficiente e cittadini costretti a rinunciare alle cure.
Ho avuto l’onore e la responsabilità di guidare la sanità siciliana in una delle stagioni più difficili della sua storia. So, per esperienza diretta, che cambiare è possibile.
La Sicilia lo ha già dimostrato quando, partendo da una situazione drammatica, furono affrontati interessi consolidati, ridotti gli sprechi, riequilibrati i conti e recuperata la credibilità del sistema sanitario.
Ricordarlo non significa celebrare il passato, ma dimostrare che una condizione compromessa può essere modificata quando esistono visione, competenza, coraggio e responsabilità politica.
Dopo quell’esperienza sono tornato al mio lavoro di magistrato, senza smettere di essere cittadino né di sentire il dovere di offrire un contributo alla mia terra.
Da questa consapevolezza è nata “La Sanità che vogliamo”, un’iniziativa civica per una sanità più giusta, efficiente e vicina ai cittadini. Non una sigla, un contenitore politico o una semplice raccolta di firme, ma un percorso di partecipazione al quale stanno dando vita professionisti della sanità pubblica e privata, dirigenti, operatori, associazioni dei pazienti, imprese e cittadini.
Persone diverse, unite dalla convinzione che il diritto alla salute non possa essere sacrificato all’inefficienza, alle clientele e all’assenza di programmazione. Stanno mettendo insieme competenze ed esperienze per elaborare proposte concrete e chiedere alla politica risposte vere.
Perché l’indignazione, da sola, non basta. Deve diventare partecipazione, proposta e responsabilità.
Al centro di tutto resta la legalità.
Non voglio una Sicilia nella quale la legalità venga celebrata nelle ricorrenze solenni e considerata un intralcio nella vita quotidiana.
Non sopporto più la retorica dell’antimafia ridotta a passerella e strumento per costruire carriere, mentre la mafia torna a organizzarsi e a far sentire il peso terribile del proprio controllo sul territorio.
Non voglio una legalità di parole, cerimonie e fotografie, mentre nelle stanze in cui si decide prevalgono opacità, favori, appartenenze e convenienze.
La legalità non è soltanto repressione dei reati. È qualità dell’amministrazione, imparzialità, trasparenza, rispetto delle regole, selezione delle competenze e responsabilità. È il diritto del cittadino di non dover chiedere come favore ciò che gli spetta come diritto.
Non voglio una Sicilia che dissipi la sua ricchezza più importante: il capitale umano.
Ogni giovane che parte perché non trova qui un’opportunità è una perdita collettiva. E oggi non partono più soltanto i ragazzi: li seguono genitori ancora giovani, professionisti e lavoratori che non riescono più a immaginare qui il proprio futuro.
Questo non significa ignorare le tante energie sane che rimangono, resistono e tengono in piedi questa terra. Ma un sistema incapace di trattenere le proprie intelligenze e valorizzare quelle che restano indebolisce le sue componenti migliori e lascia spazio ad apparati, clientele, rendite di posizione e mediocrità organizzate.
Questa è la Sicilia che non voglio.
Eppure, paradossalmente, il condizionale torna necessario quando proviamo a descrivere la Sicilia che desideriamo costruire.
Vorrei, invece, una Sicilia nella quale la politica tornasse a essere servizio e non occupazione del potere; istituzioni capaci di programmare, decidere e rendere conto dei risultati; una terra nella quale competenze e merito siano riconosciuti e nessun giovane abbia bisogno di una tessera, una parentela o una raccomandazione per ottenere un’opportunità.
Vorrei una sanità che curi tutti senza privilegi, una Sicilia capace di trattenere i propri giovani e richiamare quelli che sono partiti, una terra che torni a credere in se stessa senza rifugiarsi nella retorica consolatoria.
Alla Sicilia non manca il racconto. Mancano troppo spesso organizzazione, continuità, rigore e responsabilità.
Non abbiamo bisogno dell’ennesimo appello alla riscossa destinato a spegnersi in pochi giorni. Serve un’indignazione consapevole e costruttiva, capace di tradursi in proposte e assunzione di responsabilità.
Sono un magistrato. Ho lasciato temporaneamente la magistratura per assumere una responsabilità di governo come assessore regionale alla Sanità e, conclusa quell’esperienza, sono tornato negli uffici giudiziari.
Ho conosciuto lo Stato da prospettive diverse e ho imparato che le istituzioni possono cambiare le cose soltanto quando chi le rappresenta accetta il peso della responsabilità e rinuncia alla comodità dell’alibi.
Per questo non resto a guardare.
E alla domanda posta da LiveSicilia rispondo senza usare il condizionale:
non voglio più una Sicilia che costringa tante delle sue energie migliori a scegliere tra la rassegnazione e la partenza.
La Sicilia che vorrei non è un sogno astratto.
È una Sicilia che tutte le donne e gli uomini di buona volontà devono cominciare a costruire.
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Adesso.
Massimo Russo, ex assessore alla Sanità e magistrato




