La vacanza da incubo e l'attacco social che ferisce una comunità

La vacanza da incubo e l’attacco social che ferisce una comunità

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Commenti

    Sindaco di Noto, invece di arrampicarsi sugki specchi basterebbe chiedere scusa per una situazione siciliana sotto gli occhi di tutti.

    Credete alla Lucarelli? Io no

    Nella stessa zona Mick Jagger si compra una villa e ci vive ormai da piu’ di un anno.

    Una che d’estate frequenta Formentera in Spagna o Porto Cervo ed il Billionaire di Flavio Briatore in Sardegna non può ovviamente trovare qui in Sicilia posti che la soddisfino……

    Sicilia: Isola in un mare di munnizza

    Capisco quanto subito dalla Sig.ra Lucarelli perchè vissuto personalmente un mese fa sempre a Noto. Da siciliana è tristissimo subire tutto questo ma ancora più triste che chi dovrebbe amministrare e gestire la cosa pubblica invece di agire fa dichiarazioni vuote senza dire nulla e la massa dei siciliani non hanno amore per il proprio territorio anzi lo distruggono.

    Brava Lucarelli, ma se vuoi una vera vacanza vieni a Palermo, qui la munnizza l’abbiamo a montagne ed è diventata la vera attrattiva di questa terra, infatti come te i turisti la fotografano ogni giorno. Tutto questo è merito del nostro amato sindaco e 51 consiglieri che non contano e non fanno una beata mazza.

    da dove cominciare? ma certamente dall’inizio sig.ra Lucarelli, proprio dall’inizio. Ci spieghi perché, come da contratto (salva sua diversa indicazione sui termini del contratto) non ha provveduto ad effettuare, a.saldo, il pagamento della locazione il giorno antecedente il check in?
    e non avendo provveduto a detto pagamento perché non si è preoccupata di adempiere all’impegno – dovere contrattuale almeno il giorno dell’arrivo, ancor prima di disfare le valigie? Eppure a fare un bonifico si impiega davvero pochi minuti, salvo problematiche bancarie. Questo è il punto saliente della questione. Perché non ha adempiuto a quanto si era impegnato a fare firmando il contratto, ovvero a saldare anticipatamente, così come da contratto ma anche da uso comune? Perché se Lei non chiarisce questo aspetto saliente ed essenziale viene difficile poterla seguire sugli altri ragionamenti – denunce, senza cadere nella “deplorevole” tentazione di parlare di sue argomentazioni pretestuose ancorché oggettive. Chiarisca sig. ra Lucarelli.

    Questo cosa c’entra con il problema dei rifiuti? Non doveva farla entrare, stop.

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Cosa vorrei per la mia Sicilia Alla fine di questa inchiesta, dopo avere letto tante voci diverse e riflettuto sui problemi, sulle proposte e sulle speranze che sono emerse, vorrei provare a dire, semplicemente, cosa vorrei per la mia Sicilia. Vorrei, prima di tutto, che i problemi della Sicilia smettessero di essere considerati un destino. Acqua, sanità, trasporti, infrastrutture, energia, ambiente, lavoro, formazione, ricerca, giovani che partono: ormai li conosciamo. L’indagine ha avuto il grande merito di farli emergere con chiarezza attraverso voci politiche, sociali e civili molto diverse. Poche le donne! Vorrei allora qualcosa di semplice: che si cominciasse dai bisogni reali e si costruisse intorno a essi una programmazione condivisa, trasparente e misurabile. Vorrei una politica capace di indicare pochi obiettivi concreti, dichiarare tempi e risorse, misurare i risultati e comunicarli continuamente ai cittadini. Non cinque anni di potere, ma cinque anni effettivi di lavoro per governare. Senza semestri o anni bianchi dedicati alla propria rielezione. Le buone politiche devono durare più delle persone che le hanno realizzate. Vorrei che destra e sinistra continuassero naturalmente a confrontarsi sulle soluzioni, ma che alcuni grandi problemi della Sicilia diventassero patrimonio comune e non ricominciassero da zero a ogni cambio di maggioranza. Vorrei che il voto non fosse il momento in cui il cittadino consegna il proprio potere per riaverlo cinque anni dopo. La partecipazione dovrebbe cominciare nell’urna, non finire lì. Obiettivi, avanzamento e risultati devono restare visibili e verificabili durante tutto il mandato. E, soprattutto, vorrei affrontare seriamente l’emorragia dei giovani. Non basta chiedere loro di restare: bisogna costruire le condizioni perché possano farlo. I bisogni della Sicilia sono ormai chiari: infrastrutture e trasporti, gestione dell’acqua e dell’energia, salute e assistenza, ambiente e rifiuti, digitale, ricerca, innovazione, servizi alle imprese. Da questi bisogni dovrebbero nascere il lavoro necessario e una formazione coerente con ciò che la Sicilia vuole diventare. Vorrei che Governo regionale, università, enti formativi e imprese lavorassero molto più strettamente insieme. La formazione deve restare libera e di qualità, ma deve conoscere i fabbisogni professionali del territorio. E imprese ed enti formativi dovrebbero essere incentivati e valutati anche sulla capacità di trasformare competenze in lavoro qualificato in Sicilia. Perché quando un giovane parte non perdiamo soltanto un lavoratore: perdiamo competenze, energie, famiglie future e nascite, accelerando l’invecchiamento della popolazione. E dopo avere sostenuto i costi della sua formazione, permettiamo ad altre regioni o ad altre nazioni di utilizzare quelle competenze. Vorrei poi una Sicilia nella quale Falcone e Borsellino non vengano continuamente trascinati nelle convenienze del presente, ma restino ciò che già sono: un sentimento vivo e comune, capace di ricordarci che questa terra possiede una straordinaria riserva di dignità civile. E vorrei un miracolo: la morte della corruzione. Vorrei che nella Sicilia dei nostri figli non ci fosse più bisogno di conoscere qualcuno, chiedere un favore o accettare un compromesso per ottenere ciò che spetta per diritto, per merito o per capacità. Vorrei che la rabbia non diventasse odio, disprezzo e rinuncia, ma partecipazione e proposta. Vorrei che le tante solitudini individuali si trasformassero in problemi condivisi e poi in azione collettiva. Perché una società coesa non si riconosce soltanto nella solidarietà: si riconosce quando chiede insieme che l’acqua funzioni, che la sanità curi, che le strade colleghino, che i giovani possano lavorare. Vorrei lasciare ai nostri figli soprattutto lavoro vero e dignitoso, perché il lavoro è l’arma più forte contro la mafia: rende le persone libere, riduce il bisogno e sottrae spazio al ricatto e alla dipendenza. E vorrei lasciare loro una Sicilia più verde. Gli alberi, il verde, la terra e l’acqua non sono soltanto risorse da amministrare: sono un patrimonio da custodire e curare con amore, perché appartengono anche a chi verrà dopo di noi. Vorrei infine che la politica ricordasse una cosa molto semplice: governare significa servire. Chi riceve il potere dovrebbe usarlo per costruire un sistema migliore e duraturo, non per consolidare la propria posizione. Forse è questo, alla fine, ciò che vorrei per la mia Sicilia: problemi meglio individuati, non promesse più grandi; sistemi capaci di funzionare, non uomini indispensabili; responsabilità condivise, non appartenenze contrapposte; risultati costruiti, misurati e lasciati in eredità a chi verrà dopo, non speranza affidata al caso. Perché amare davvero la Sicilia significa volerla consegnare ai nostri figli più libera, più giusta, più verde, più efficiente e con molte più ragioni per restare. Una Madre Siciliana

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