PALERMO – Per Roberto Lagalla, ex rettore dell’Università di Palermo e potenziale candidato alla presidenza della Regione, il “piagnisteo” va distinto dal “pianto”. Quello legittimo per lo svuotamento della Sicilia da cui i giovani sono tornati a scappare. Nel nostro ciclo di interviste sul tema della “cultura del piagnisteo”, ci concentriamo con l’ex rettore sulla questione generazionale.
Professore Lagalla, c’è un piagnisteo di maniera che affligge l’Isola ma c’è anche un pianto autentico, quello per i giovani che se ne vanno. Un tema che lei da ex rettore conosce bene.
“Gli ultimi dati ci dicono che negli ultimi anni la media del capitale umano che ha raggiunto dalla Sicilia altre regioni d’Italia o altri paesi d’Europa e del mondo varia tra i 9.500 e i 10.000 giovani l’anno, tra laureati e diplomati. Il che ci dice che questo è il vero pianto di questa Sicilia ed è il pianto di cui paradossalmente nessuno parla se non occasionalmente. E il pianto più grosso per la Sicilia e i siciliani è il fatto che in un’epoca globalizzata in cui la mobilità internazionale è di fatto la norma nessun giovane dalle altre parti del mondo ritiene, o almeno in misura significativa, di dovere venire a spendere la propria cultura in Sicilia”.
Come siamo arrivati a questo?
“Il pianto aggiuntivo è che a fronte di questa emorragia insanabile siamo l’unica regione d’Italia a non avere una legge sul diritto alo studio che agevolerebbe le famiglie meno abbienti per avere importanti e maggiori facilitazioni per gli universitari. Oggi è quasi più economico per una famiglia non abbiente pagare 50 euro di biglietto e poi avere tutti i servizi in altre parti d’Italia che non restare in Sicilia”..
Ma l’eccesso di autocommiserazione è una spinta in più per i giovani per andarsene?
“I giovani lamentano la mancanza di ascolto e soprattutto la mancanza di iniziative capaci di modificare questo stato di cose. E questo per loro costituisce una grande delusione e per noi un tradimento generazionale. Sono apprezzabili gli sforzi importanti delle università, del mondo dell’istruzione, anche con l’alternanza scola lavoro, che cercano di proporre soluzioni nuove e adeguate ai tempi. Ma in un tessuto economicamente debole le occasioni di lavoro si riducono proporzionalmente. E chi non segue una formazione universitaria oggi non trova in Sicilia una formazione professionale che sappia dare risposte alle esigenze dell’economia,. E allora ci si rifugia nella postulazione di un posticino pubblico che viene evocato con piagnisteo ma senza possibilità di soluzione in un’epoca in cui il lavoro fisso tende a trasformarsi in autoimprenditorialità”.
Pesa anche una certa pervasività del pubblico, che in Sicilia ha proporzioni da socialismo reale. C’è un’eccessiva diffidenza verso tutto ciò che è privato? E quanto è strumentale?
“Il pubblico è stato in Sicilia un grande ammortizzatore sociale che ha finito per determinare una netta prevalenza della spesa pubblica improduttiva su quella produttiva. Il Pil siciliano è di circa 85 miliardi e circa un terzo di questi riguardano il bilancio regionale. Se questo bilancio venisse liberato, ovviamente gradualmente e senza macelleria sociale, dal peso che è quello di uno stipendificio vero e proprio probabilmente ci sarebbero molte più risorse per investimenti e innovazione. Infine un elemento importante è che la stessa programmazione dei fondi europei non sempre risponde a logiche programmatiche di sviluppo e tropo spesso la spesa viene effettuata in zona Cesarini con esiti inadeguati. Occorre invertire questo tipo d rotta, puntare a lavoro vero e valorizzazione dei giovani”.
C’è anche un problema di ascensore sociale? Questa è una terra minata da un nepotismo asfissiante.
“Che è ovviamente figlio di un concetto clientelare della politica che si è radicato nel tempo. E dall’altro lato è legato alla imprescindibilità della richiesta d’aiuto al pubblico. Occorre veramente cambiare la cultura di questa terra, evitando di contrabbandare i diritti per favori ma soprattutto dando a tutti i giovani opportunità di competere tra loro a pari livello e nulla più dell’iniziativa privata sostenuta dall’intervento facilitatore del pubblico può essere in condizione di ampliare queste opportunità. È chiaro che una regione deve sapere investire nei grandi asset dello sviluppo: agricoltura, beni culturali, turismo, connettività immateriale”,
Ragionando in positivo, quali sono i punti di forza da cui ripartire?
“I punti di forza stanno intanto nella struttura scolastica e universitaria della Sicilia, che produce giovani di eccellente valore e talento se è vero come è vero che quando vanno in altre parti del modo diventano punto di riferimento naturale”.
Formarli costa tanti soldi. E quando partono l’investimento è perso per il territorio.
“Ogni ragazzo che giunge alla laurea è costato alla società e alla famglia 300mila euro che noi elargiamo per farlo andare a lavorare fuori da qui”.
Altri punti di forza?
“Ci sono straordinarie nicchie di impresa capace di competere a livello internazionale. I dati che provengono dalle più accreditate fonti di analisi economica ci dicono che le nostre imprese sono di qualità pari alle grandi imprese del Nord. Il problema vero è che sono troppo poche e non fanno massa critica”.
Appunto, la massa critica. Quella non la fanno le eccellenze o le realtà di nicchia. Ci vogliono filiere, comparti. Dove sono?
“A Nord è successo. Qui questa logica delle filiere e dei distretti produttivi non è maturata anche per il ritardo infrastrutturale per una certa tendenza all’individualismo che è propria del popolo siciliano. Terra di ottimi solisti ma non sempre di buone orchestre”.
Ma la Sicilia ce la può fare secondo lei?
“Secondo me sì, ma ad alcune condizioni: un’utilizzazione virtuosa e tempestiva dei fondi strutturali, una valorizzazione delle risorse esistenti in campo agricolo, culturale e turistico, un nuovo modello della formazione professionale e un aiuto forte all’imprenditoria in particolare quella giovanile. Questi sono i punti fondamentali dai quali partire per un’efficace azione di cambiamento e un superamento del piagnisteo sterile. Ma senza dimenticare che c’è anche un piagnisteo motivato. Aggiungo la revisione delle condizioni statutarie che devono rendere più forte il confronto con lo Stato centrale per l’applicazione piena anche in campo finanziario e fiscale delle prerogative statutarie”.

