Palermo, perché Lagalla non ha convinto

Palermo, perché Lagalla non ha convinto

Il Comune visto da sinistra

Chissà cosa penserà un ragazzo o una ragazza di Borgo Nuovo dopo aver letto degli straordinari interventi promessi per riscattare il quartiere, in attuazione del cosiddetto “Modello Caivano”, quando scoprirà che uno degli interventi effettivamente previsti – probabilmente il più costoso – sarà il montaggio di un grande campo da tennis, la Stand Arena, alla Favorita: un’opera milionaria acquistata chissà per quali reali dinamiche di potere e venduta, per l’ennesima volta, come un grande affare per tutta la cittadinanza e soprattutto per i giovani ai margini.

Un tradimento che una parte rilevante della popolazione percepisce quotidianamente: promesse di interventi organici e strutturali, a cui seguono politiche che alimentano esclusione sociale ed enclavi, e operazioni simboliche che non fanno che rafforzare, se ce ne fosse ancora bisogno, la sfiducia verso le istituzioni.

Il sindaco Lagalla ha spesso descritto la sua azione di governo come quella di ‘una città in cammino’. Una formula suggestiva, che però continua a lasciare inevasa una domanda semplice e decisiva: in cammino verso dove?

Negli ultimi mesi il sindaco ha affiancato a questa narrazione un’altra immagine: quella di una giunta che funzionerebbe “nell’ensemble”. Una definizione che sembra nascere dalla necessità di tenere insieme una realtà ormai evidente: un esecutivo attraversato da singoli protagonismi, visioni diverse e talvolta opposte, assessori che procedono spesso in ordine sparso. Raccontare l’amministrazione come un insieme armonico diventa allora un modo per sostenere che, pur nelle differenze e nelle traiettorie individuali, tutto continuerebbe comunque a funzionare.

Ma l’ensemble, in politica, non è la somma di parti che suonano ciascuna il proprio spartito: è una direzione condivisa. E quando quella direzione non è chiara, l’armonia rischia di rimanere solo una formula evocativa, più utile a mascherare che a governare le contraddizioni.

Negli ultimi mesi questa assenza di regia è emersa con particolare evidenza sul tema della sicurezza. Prima il problema è stato minimizzato, quasi negato. Poi è stato affrontato direttamente a Roma, senza alcun confronto con la città e con il Consiglio comunale, per tornare a Palermo sotto forma di annunci e spot.

Oggi, invece, la sicurezza sembra diventata così centrale da spingere il sindaco verso iniziative autonome e anche controverse, come il ricorso alla vigilanza privata, senza un reale confronto con le istituzioni competenti. Una traiettoria che racconta bene il problema: non la mancanza di strumenti, ma l’assenza di una regia politica capace di tenere insieme prevenzione, diritti e responsabilità istituzionali. Non si gioca con la sicurezza. Non si gioca con i messaggi che si mandano.

Dire che “Palermo ha mostrato il suo volto migliore” perché una serata al Politeama si è svolta regolarmente significa raccontare un frammento come se fosse il tutto, guardando non alla realtà nella sua complessità, ma a un pezzettino da rivendicare.

E così, proprio nella notte in cui a Palermo – come in molte altre città – aumenta il rischio di sparatorie, si è data l’impressione che tutta l’attenzione delle istituzioni fosse concentrata su piazza Politeama, mentre il resto della città restava sullo sfondo.

Lo ZEN rappresenta un’altra prova evidente di questa confusione. È notizia di questi giorni che il sindaco abbia chiesto agli assessori di relazionare sugli interventi in corso allo ZEN 2.

Ci sarebbe da chiedersi quale regia ci sia stata finora, visto che certo non abbiamo scoperto solo con gli ultimi episodi di cronaca che quella parte della città merita un’attenzione particolare, che non si riduca a un’ennesima stagione di militarizzazione, già tante volte vista e “digerita” da quel quartiere.

Tutto questo mentre il centrodestra, nel suo complesso, dimostra di essere profondamente inadeguato a governare questa fase. Sulla fragilità abitativa e sulle occupazioni – anche e non solo allo ZEN – servirebbero responsabilità e scelte lungimiranti, capaci di distinguere con chiarezza tra chi sfrutta l’illegalità e chi è stato costretto a vivere in quelle condizioni per mancanza di alternative.

Non si gioca sulla sicurezza né sui messaggi che si trasmettono: l’attuale esecutivo a maggioranza Fratelli d’Italia ha scelto di prevedere fino a sette anni di reclusione per chi occupa un immobile, cancellando le norme sulla regolarizzazione delle occupazioni. E, nel frattempo, ha abrogato il reato di abuso d’ufficio, mandando un messaggio devastante: i colletti bianchi vanno protetti, mentre chi occupa un immobile per necessità viene trattato come un criminale.

Un messaggio che incide profondamente sulla condizione delle città italiane, e quindi di Palermo, così come incidono gli esempi drammatici di gestione privatistica delle istituzioni, emersi – al di là delle sentenze – dalle inchieste che hanno riguardato una parte rilevante del personale politico di questa maggioranza di destra che ci governa a ogni livello.

È qui che si vede una linea politica: una linea che fatica a guardare la parte di città che va più lentamente, che celebra investimenti e inaugurazioni senza interrogarsi sui carichi urbanistici, sulla saturazione, sulla trasformazione dei quartieri in semplici vetrine. Una linea che confonde lo sviluppo con la somma di operazioni singole, prive di una visione complessiva di città.

Infine, c’è un nodo ineludibile: la questione morale. La questione morale riguarda le storie politiche, le responsabilità, le scelte compiute e rivendicate. Riguarda la capacità di prendere le distanze da modelli di potere che hanno segnato questa terra e che non hanno bisogno di sentenze per essere riconosciuti come fallimentari e dannosi.

Palermo oggi non ha bisogno di formule rassicuranti. Ha bisogno di una politica che sappia dire dove vuole andare, che scelga da che parte stare, che non usi la fragilità come sfondo e la sicurezza come slogan.

Questo è lo stato dell’arte. Ed è a questo che bisogna reagire, subito, con una visione diversa, con una politica che non si limiti a commentare il presente, ma che abbia il coraggio di cambiarlo. Perché governare Palermo significa assumersi il peso delle sue contraddizioni. E indicare una direzione, anche quando è scomoda.

L’autrice è consigliera comunale del Partito Democratico


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