Laggiù, nel buio di una cella | "Le voci che nessuno ascolta" - Live Sicilia

Laggiù, nel buio di una cella | “Le voci che nessuno ascolta”

I buoni. Questa è una cronaca dell'oscurità. Dove ci sono parole non udibili e volti invisibili. Un uomo fa da Virgilio in questo girone dei dannati. E racconta il suo viaggio. Chi avrà mai il coraggio di aprire quella porta?

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PALERMO- “Quello che faccio in fondo è semplice. Ascolto la voce umana, laggiù, nella profondità del buio, dove è più difficile che qualcuno la raccolga”. Franco Chinnici, insegnante di religione e di teologia, è un uomo libero che sceglie di passare molte ore in carcere, a Palermo, tra Ucciardone e Pagliarelli. Con l’Asvope – l’Associazione volontariato penitenziario di cui è presidente – si occupa di prendere in braccio coloro che per tutti gli altri sono rifiuti, polvere da mettere sotto il tappeto, cose in ripostiglio, da dimenticare. La cella è l’icona stessa del senso di colpa di ognuno, ecco perché le si attribuiscono cecità e oscurità, piuttosto che chiarore e trasparenza.

“Abbiamo cominciato da molti anni, prima con esperienze singole che abbiamo messo insieme – dice Franco, il professore -. L’aspetto più importante è far riscoprire l’umanità a chi, magari, l’ha smarrita. Di recente, alcuni detenuti dell’Ucciardone hanno portato sulla scena Omero, Iliade e Odissea, grazie a un laboratorio teatrale. Non si può neanche immaginare la forza, la rabbia e le emozioni che hanno tirato fuori. Uno mi ha detto: ‘non ho mai saputo fino ad ora quanto fosse potente il teatro’”.
C’era il recluso di Catania nei panni generosi e nobili di Ettore, principe di Troia, sconfitto, caduto nella polvere, come le ombre che affollano un penitenziario. C’era chi interpretava Achille in siciliano, l’unico idioma conosciuto. E non è stata solo la rappresentazione. “Per giorni e giorni – racconta Chinnici – hanno provato, hanno discusso, hanno riscoperto una dimensione diversa”.

L’Asvope esiste ormai da sedici anni. Nell’opuscolo di rappresentanza, l’elenco dei servizi di volontariato che offre: pratiche burocratiche, collegamenti con parrocchie e patronati, la sistemazione della biblioteca, corsi di cultura generale, di sostegno scolastico e di lingua italiana per i migranti, i laboratori, lo sport, i colloqui psicologici, i contributi materiali tra guardaroba, occhiali e altro. Un’ampia attività che lascia addosso, oltre gli schermi di chi non passa mai il portone della colpa e della pena, una centrifuga di volti e di sguardi dal recinto.

Franco è impelagato in questa vischiosità di corpi e anime. “Ricordo un ragazzo rom che era dentro per omicidio. Ma non voleva uccidere nessuno, mentre stava rubando una macchina travolse il proprietario per disgrazia. Lui è uno di quelli che testimoniano quanto si possa cambiare, se uno lo vuole davvero. Ci siamo incontrati per anni. Ha mandato i suoi bambini a scuola e mi ha spiegato perché: ‘qui ho capito che senza l’istruzione si è destinati a rimanere schiavi’. Ricordo soprattutto un altro che mi è rimasto appiccicato al cuore”.

Il protagonista di una storia di cronaca nera che fece scalpore a Palermo: un amico che ammazza il suo migliore amico, a colpi di sedia, probabilmente per gelosia. “La prima volta che lo vidi – racconta il professore Chinnici – era sedato e pareva uno zombie. Parlammo a lungo, mi ringraziò: ‘sei la prima persona umana …’. Lui – sono tutti ‘lui’ o ‘uno’, niente nomi nel girone infernale delle ombre – ha iniziato un percorso di vera redenzione, ha aiutato altri compagni di prigionia, prendendosene carico. Avrebbe desiderato intraprendere un’esperienza di volontariato. Il dolore che ha provocato è il suo cocente rimorso. Invano, ha cercato il perdono”.

E c’era quello che voleva iscriversi a Giurisprudenza per conseguire una laurea. E quello che leggeva romanzi russi, soprattutto ‘Delitto e castigo’, aiutandosi di notte con un lumino. E quello che intendeva pagare gli studi del figlio della sua vittima. Sguardi e volti tra i cinquecento ospiti dell’Ucciardone e i mille e passa del Pagliarelli. E quello che ottenne un permesso e venne accompagnato da Franco al bar per un espresso, senza catene: “Pareva un extraterrestre, non aveva più orientamento, aveva paura delle case come se fossero mostri pronti ad aggredirlo. Rideva e dava la mano a tutti, al barista che gli serviva il caffè, ai passanti. Il carcere consuma l’aria che respiri, ti toglie lo spazio e il tempo. L’effetto peggiore consiste nel perdere lo status di persona. Gli altri ti vedono, e tu stesso finisci per vederti, come un animale in gabbia. Quale tipo di rinascita è possibile se sei un vuoto a perdere?”.

Eppure, nel genocidio delle speranze, qualcuno talvolta riemerge. “Come quel detenuto che mi disse: ‘ti prometto di essere migliore’, non ho mai sentito parole più belle”. Perché si può essere sconfitti, ma non morti e sotterrati, non pugnalati da una pena e da una colpa che mai avranno fine.


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Commenti

    Se giudichi le persone, non avrai tempo per amarle.

    (Madre Teresa)

    Complimenti ai volontari dell’Asvope che riescono a colmare vuoti legislativi di politicanti che pensano a se stessi ed a come si può fare pure il ministro senza risolvere però nulla di buono per il proprio Stato ed i suoi cittadini.

    Bellissimo articolo che ci porta a riflettere e cominciare a pensare anche a chi è meno fortunato di noi.

    il dramma maggiore è per coloro che dopo tante sofferenze patite in carcere, alla fine di un percorso lungo e dissennato si vedono assolti perchè il fatto non sussiste o per non averlo commesso.Ti restituiscono alla cosiddetta vita normale, ma normale non lo sarà mai più. Sarai libero ma camminerai sempre con una cella cucita addosso.

    Non la conosco ma condivido le sue riflessioni e apprezzo il suo modo di scrivere che la distingue da tanti altri suoi colleghi. Anch’io scrivo, attualmente sulla Gazzetta Ennese,da pubblicista e so che sono pochi quelli che oltre ad una bella scrittura sanno scrivere su argomenti e pensieri che hanno una bellezza che non appassisce e fanno riflettere e arricchire l’anima. Il mio ultimo articolo ha il titolo ” Una società senza ideali è una casa costruita sulla sabbia”. Spero che lo legga e legga i miei precedenti articoli. Ne sarò onorato se perderà qualche minuto per leggerli. Giuseppe Sammartino. Ho un blog: Libripinosammartino.

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