PALERMO – C’è un bambino che piange, oltre la porta a vetri della rianimazione. Forse piange per la notte che è appena passata, lasciando il suo odore di lontananza da casa, per la paura, perché ha fame, per un letto che non capisce, per una stanza bianca che non riconosce. Ma è protetto da tutto l’amore di cui ha bisogno. I medici e gli infermieri dell’Ospedale dei bambini – gli eroi silenziosi di questa e di altre storie – non lo perdono d’occhio un minuto. Il padre è una figura minuta, dignitosa, un ragazzo dello Sri Lanka. Ha chiesto di vedere suo figlio e sarà accontentato, intanto corre per mettere a posto le carte bollate che non mancano mai. La madre è ricoverata al Civico, piantonata: è accusata di avere tentato di avvelenare quel bimbo che piange.
La notizia è arrivata ieri sera, mentre il piccolo era già in ospedale dal pomeriggio. La cronaca fin qui disponibile racconta che, dopo una lite familiare, una donna dello Sri Lanka avrebbe tentato di uccidere i figli e di suicidarsi con una zuppa piena di semi di oleandro. Una sostanza della pianta, se presa in abbondanti quantità, può infatti provocare la morte. Il bimbo di un anno avrebbe ingerito qualche cucchiaiata, il più grande no, anche se è stato trasportato in ospedale per prudenza. La nonna materna sarebbe intervenuta per scongiurare la tragedia: i particolari sono ancora al vaglio degli inquirenti. L’antidoto è stato reperito dal personale del 118, coordinato dal responsabile del centro veleni siciliano Marco Palmeri. La corsa contro il tempo è stata provvidenziale. Le indagini sono in corso.
C’è un bambino che piange, dietro la porta a vetri della rianimazione dell’Ospedale dei bambini. Una dottoressa dal cuore sensibile che ha accudito, con gli altri, le sue lacrime, gli ha regalato un peluche, un orsacchiotto marroncino da stringere perché la notte non sembri poi così cattiva.
Ci sono altri bambini che piangono, appena oltre quella porta. Fuori, papà e mamma hanno le occhiaie per le ore trascorse in attesa. Telefonate che offrono il meteo della speranza: “U picciriddu sta buono, contenti siamo”. Altre che minacciano pioggia: “Mi hanno detto che sta ancora male”. E, intorno, una umanità dolente, ma calda, da trincea: chi è più debole di un genitore che consuma le suole in questi corridoi? E ci sono medici e infermieri agganciati a una professionalità che non è mai distanza, né distacco: pure loro soffrono, mantenendosi saldi, nel dovere di prestare aiuto.
Ogni tanto quella porta si apre. Papà e mamma entrano. Si sente un bambino che ride a garganella, di là, come all’alba di una notte che è già un ricordo, come se fosse già tornato a casa.

