PALERMO – “I poliziotti sudanesi mi hanno picchiato, rubato il documento di identità e rubato del denaro. Prima di arrivare in Sudan ero stato in un campo profughi in Etiopia. In carcere mi hanno incatenato”. E’ il drammatico racconto dell’eritreo sotto processo a Palermo con l’accusa di essere a capo di un’organizzazione che gestisce il traffico di migranti. L’imputato, che ha fatto dichiarazioni spontanee, sostiene di essere vittima di un errore di persona, di chiamarsi Medanie Tesfamariam Berhe e non Mered Medhanie Yedhego, come sostengono i pm. L’eritreo ha parlato dopo la deposizione di due funzionari sudanesi che lo arrestarono su mandato di cattura internazionale nell’ambito dell’inchiesta palermitana.
In aula anche il funzionario di polizia sudanese Mohamed Elnour Abdelrahman che ha deposto al processo all’eritreo imputato a Palermo di far parte di una banda di trafficanti di migranti. “In origine cercavamo un trafficante. La Nacional Crime Agency inglese ci aveva fatto avere una foto di una persona con un grosso crocifisso al collo. Ma nessuno a Karthoum lo conosceva. Una settimana prima dell’arresto un funzionario mi diede un’altra foto e un numero di telefono da localizzare. La persona che ho arrestato è quella ripresa nello scatto ed è qui imputato. Quando lo abbiamo localizzato, – ha aggiunto il teste – a Karthoum e gli abbiamo mostrato la foto lui ha ammesso di essere il soggetto immortalato”. L’imputato si difende sostenendo di essere vittima di un errore di persona e di non essere Mered Yedego Medhane, l’uomo accusato dai pm, ma di chiamarsi Medanie Tesfamariam Berhe e di essere un falegname.
La nota dell’avvocato Michele Calantropo, difensore dell’imputato: “Durante l’udienza del 17 aprile si è avuta certezza delle continue violazioni dei diritti umani subite in Sudan dal sig. Berhe. Quest’ultimo, nel 2016, è stato arrestato, perquisito ed ha subito un sequestro da parte di poliziotti sudanesi, senza essere assistito da alcun difensore. ‘Il diritto in Sudan – ha dichiarato uno dei testimoni sentiti in aula – non prevede assistenza legale in caso di richiesta di arresto dall’Estero’. Un altro teste ha, inoltre, aggiunto che nessuno ha detto all’imputato che poteva farsi assistere da un legale. Fatto ancor più grave, uno dei testi ha dapprima negato, ma poi confermato di far parte del NISS, la polizia segreta più brutale al Mondo secondo i report delle organizzazioni internazionali e di Amnesty International. Infine, il colonnello dell’Interpol sudanese ha dichiarato che l’imputato, quando fu arrestato, declinò le sue generalità e chiaramente disse di chiamarsi ‘Medhanie Tesfamariam Berhe’, e di essere un migrante come tutti gli altri. Nonostante questo, il sig. Berhe è stato consegnato alla polizia italiana, perché il suo nome suonava simile a quello del vero trafficante Medhanie Yedhego Mered. Nemmeno i testi della Polizia sudanese hanno svolto alcun accertamento per la ricerca del vero trafficante Medhanie Yedhego Mered. Loro, infatti, si sono limitati ad eseguire l’arresto semplicemente affidandosi ad un numero di telefono e ad una fotografia consegnata dalla NCA britannica che quindi, alla luce di queste dichiarazioni, viene considerata la responsabile del macroscopico scambio di persona”.

