Palermo. omicidio Mattarella: il buco nero della verità

Omicidio Mattarella, il buco nero della verità tra killer di mafia e pista nera

L'anniversario del delitto del presidente della Regione siciliana

PALERMO – L’ultimo tassello della complicata ricostruzione dell’omicidio di Piersanti Mattarella è la “chiara e pervicace attitudine ad alterare il processo di formazione della prova”. Così i giudici hanno definito il comportamento di Filippo Piritore, stabilendo che l’ex poliziotto deve restare agli arresti domiciliari.

A lui sarebbe legata l’inquietante sparizione del guanto di pelle indossato da uno dei due killer il giorno dell’omicidio commesso 46 anni fa. Piritore è indagato per depistaggio. Il guanto poteva essere una prova chiave, ma è stato inghiottito in un buco nero.

Il poliziotto in pensione

A quel tempo Piritore lavorava alla squadra mobile di Palermo sotto la guida di Bruno Contrada, poliziotto dei misteri condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e risarcito per l’ingiusta detenzione (la Corte europea ha stabilito che quando gli fu contestato il reato non era “sufficientemente chiaro” da un punto di vista normativo). Una carriera di primo piano quella di Piritore, che è stato anche questore a Caltanissetta, L’Aquila e Genova, e prefetto di Isernia.

I poliziotti della Scientifica trovarono il guanto all’interno della Fiat 127 bianca usata dai sicari, il 6 gennaio 1980, per arrivare in via della Libertà, sotto l’abitazione del presidente della Regione, fratello dell’attuale Capo dello Stato.

Il guanto sparito

Sette anni fa l’allora procuratore di Palermo Francesco Lo Voi voleva fare analizzare di nuovo il guanto nella speranza di trovare tracce di Dna. Solo che il reperto era sparito. Non era né alla Scientifica, né all’ufficio corpi di reato del Tribunale.

Da qui sono partite le nuove indagini sull’omicidio Mattarella coordinate dall’attuale procuratore Maurizio de Lucia e dai sostituti Francesca Dessì e Antonio Carchietti. Le fotografie dell’epoca mostravano la presenza di Piritore in via Libertà. Convocato dagli agenti della Direzione investigativa antimafia confermò di avere preso il guanto e di averlo consegnato ad un collega della Scientifica. Nella sua ricostruzione, però, nomi e circostanze non quadrano.

Omicidio Mattarella, indagati due killer di mafia

Nel nuovo fascicolo sull’omicidio ci sono ci sono due indagati, i mafiosi Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese. Sulla 127 c’era un’impronta sullo sportello lato guida, isolata nell’immediatezza dei fatti. Non aveva le caratteristiche necessarie per risalire al profilo genetico di chi l’aveva lasciata sulla carrozzeria. Ora le nuove tecnologie consentono comparazioni prima impensabili.

Il Gip del Tribunale di Palermo si è affidato al Forensic Genetic Unit dell’ospedale Careggi di Firenze.
Il compito di estrarre il Dna è affidato all’equipe composta dal responsabile Ugo Ricci, da Elena Carra, docente di Scienze e tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche all’Università di Palermo, da Carlo Previderè, professore del dipartimento di Sanità pubblica all’Università di Pavia. Fa parte del gruppo di lavoro anche Nicolò Polizzi, della polizia scientifica, nominato dalla Procura di Palermo. Il laboratorio di Careggi è considerato un punto di riferimento per le analisi di genetica forense in Italia.

Ricci è lo scienziato che ha fatto riaprire il caso Garlasco, il comune lombardo dove diciotto anni fa fu assassinata Chiara Poggi. È consulente della difesa di Alberto Stasi, che ha scontato 16 anni di carcere per il delitto.

Il pool di esperti ha chiesto una proroga per la consegna dei risultati sul caso Mattarella. Il lavoro è parecchio complicato. Secondo la nuova ricostruzione della Procura, a sparare al presidente della Regione siciliana sarebbe stato Madonia, figlio del capomafia di Resuttana, Francesco, e appartenente a una delle famiglia di mafia più potenti di Palermo.

La pista nera

Per anni ha tenuto banco la pista nera, mai abbandonata nonostante l’assoluzione di Giusva Fioravanti, killer su cui aveva indagato Giovanni Falcone. La vedova Mattarella, Irma Chiazzese, riconobbe Fioravanti quando gli mostrarono la foto dell’esponente dei Nar. La Corte d’Assise d’appello di Palermo nella sentenza del 1998 sugli omicidi politici commessi anche da Nino Madonia sottolineò la somiglianza fisica tra il killer di mafia e Fioravanti.

Al volante della 127 usata per la fuga ci sarebbe stato Lucchese, del mandamento di Ciaculli, anche lui killer spietato dell’ala corleonese di Cosa Nostra. Avevano 28 e 22 anni.

L’allora governatore siciliano pagò con la vita la sua volontà di smantellare il legame di potere fra mafia, politica e imprenditoria. “Se dovesse succedermi qualcosa di molto grave…”, aveva detto al capo di gabinetto. Per il delitto del politico della Democrazia Cristiana sono stati condannati come mandanti i boss della cupola: da Totò Riina a Michele Greco: da Bernardo Provenzano a Bernardo Brusca, da Pippo Calò, a Francesco Madonia e Antonino Geraci.

Per eseguire l’omicidio Mattarella potrebbero essere stati scelti i due sicari che qualche anno dopo avrebbero ucciso anche il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro, il 3 settembre 1982.

Le indagini si muovono su più livelli. Potrebbero esserci connivenze ad alto livello. Piritore, secondo i giudici, potrebbe fare affidando su “quel reticolo di contatti che lo stato di quiescenza non ha potuto cancellare istantaneamente e nei quali deve ritenersi ancora inserito, al fine di poter compromettere la genuina acquisizione degli elementi probatori e di porre in essere attività finalizzate a depistare il corso delle indagini o a condizionare l’accertamento della verità processuale”.


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