Dopo un po’ di sgomento, dopo il gioco e l’ansia social, dopo che abbiamo saputo che nessuno si era fatto male, ci siamo messi a fare il tifo per la tigre scappata dal tendone del circo a Monreale. Una simpatia innocua, incruenta, visto che la regina bianca di sandokaniana memoria passeggiava, tra il confuso e l’annoiato, in un parcheggio e non mostrava intenzioni ostili.
E’ subito spuntato l’hasthag #iotifotigre. Qualcuno, intanto, ancora motteggiava. Chi sarà mai la felina – se si dice sindaca, perché non scrivere la felina? – che si aggira come una coscienza inquieta: il candidato a sorpresa del Pd per le comunali di Palermo? Un altro consulente del cerchio magico di Crocetta? Tantissimi parteggiavano per lei, perciò hanno accolto la notizia della sua cattura con il necessario sollievo, ma con una punta di infantile delusione in fondo al bambino degli anni 70-80 che siamo stati, cresciuti a pane, Yanez e Tremalnaik. Certo, in via di metafora, perché una belva in circolazione deve essere assolutamente riacciuffata.
Ed era impossibile non ricordare il balzo di Sandokan e l’urlo (yaghwaaanmammaraman), con una tigre – mirabilissima attrice – che finge di morire. Ed era naturale provare il brivido dell’esotico. Ma era anche emotivamente prossimo uno strano miscuglio di sentimenti che annotava in quella fuga un anelito della tanto invocata libertà. La tigre dal candido manto che trova uno slargo e scappa. Così vicina alla nostra biografia di cittadini di Palermo infelicissima e dei dintorni, oltretutto. Così simbolicamente perfetta.
Quante volte avremmo voluto trovare una breccia o un cunicolo per andare via? Quante volte siamo stati sul punto di… eppure non abbiamo osato, perché c’erano una gabbia in più, un domatore in più, una scodella sicura per cena, quando c’era? Ormai è tardi. Siamo tigri invecchiate, spelacchiate e la fine della favola consegna la morale di tutte le morali, come quando Pinocchio si trasforma in bambino. Palermo e i suoi giorni ti riprendono sempre.

