"Ma cu tu fa fari?", quella domanda sbagliata

“Ma chi te lo fa fare?”. Ecco la domanda che blocca la Sicilia

GIOVANI
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La riflessione sulla politica e sui giovani sul segretario generale della Cisl Sicilia

“Ma cu tu fa fari?”, alias “ma chi te lo fa fare?”. Sul vostro giornale, l’imprenditore Giuseppe Russello racconta che è una domanda che si sente rivolgere spesso. E devo confessare che accade anche a me. Capita quando si prova a costruire un percorso di confronto tra soggetti diversi. Capita quando si insiste sulla necessità del dialogo in un tempo che sembra preferire lo scontro. Capita quando si sceglie la strada più difficile, quella della responsabilità, invece di quella più semplice della contrapposizione.

Perché in Sicilia capita così: quando ti impegni, quando provi a costruire, c’è sempre qualcuno che ti guarda con un misto di tenerezza e scetticismo e ti dice: “Ma chi te lo fa fare?”. Perché? Perché troppo spesso l’impegno sembra vano. Perché c’è chi pensa che tanto non cambi nulla. Perché la rassegnazione, da noi, è diventata quasi una forma di autodifesa. Come se partecipare, proporre, dialogare fosse un esercizio inutile, un gesto fuori tempo massimo.

“Cu tu fa fari?” è una domanda che, in fondo, racconta molto della nostra terra. Racconta le delusioni, le occasioni perdute, le aspettative tradite. Ma racconta anche una certa abitudine alla rassegnazione, quasi che impegnarsi per cambiare le cose sia un esercizio inutile. E invece è proprio da qui che dobbiamo ripartire. Perché se c’è una risposta possibile a quella domanda, è che vale sempre la pena impegnarsi quando l’obiettivo è costruire una Sicilia migliore per le nuove generazioni.

Condivido una delle intuizioni più importanti espresse da Russello: il problema non è stabilire se sia meglio partire o restare. Il vero problema è garantire ai giovani la libertà di scegliere. Partire per crescere, per studiare, per conoscere il mondo. Restare perché qui trovano opportunità. Tornare perché qui trovano una società capace di valorizzarne competenze e merito. Una Sicilia fondata sul merito, appunto, e non sulle appartenenze, sulle conoscenze o sulla fortuna.

Il merito, però, non vive da solo. Ha bisogno di infrastrutture, di formazione, di lavoro di qualità, di imprese competitive. E soprattutto ha bisogno di una parola che oggi sembra essersi smarrita: dialogo. Viviamo una stagione nella quale il confronto viene spesso sostituito dallo scontro. Con l’avvicinarsi delle competizioni elettorali, il rischio è ancora maggiore: si accendono i conflitti e si restringono gli spazi di ascolto.

Voglio essere ancora più esplicito, sapendo che non a tutti piacerà quello che sto per affermare, ovvero che, a ogni vigilia di campagna elettorale, si alzano i toni e si abbassano le soluzioni. Ma una comunità cresce quando le differenze diventano ricchezza, non motivo di contrapposizione. Le posizioni diventano bandiere da difendere e non idee da discutere. Ci sono parole che non dovremmo mai dimenticare. “Da soli si va più veloci, insieme si va più lontano”, recita un proverbio africano spesso richiamato da chi crede nella forza delle comunità.

E c’è una frase di Don Milani che conserva una straordinaria attualità: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Noi abbiamo bisogno esattamente di questo: della capacità di uscirne insieme. È questa la strada che la Cisl ha scelto da sempre. Non quella del conflitto fine a sé stesso, ma quella della partecipazione, della corresponsabilità, della contrattazione e della ricerca paziente di obiettivi comuni. In Sicilia lo abbiamo dimostrato con fatti concreti.

Lo abbiamo fatto sottoscrivendo il Patto per le Aree Interne con Anci Sicilia, con la Conferenza Episcopale Siciliana, con Confindustria Sicilia e con l’Università Kore di Enna, un’intesa nata per contrastare lo spopolamento e la desertificazione sociale ed economica di tanti territori dell’isola. Perché non esistono giovani che possono costruire il proprio futuro se i paesi si svuotano, i servizi si allontanano e le opportunità si concentrano soltanto in poche aree.

Lo abbiamo fatto ponendo le basi per l’Alleanza per le Donne nelle discipline Stem, mettendo insieme sindacato, imprese, università, istituzioni e mondo della formazione per abbattere stereotipi ancora troppo radicati e creare nuove opportunità per le ragazze nei settori dell’innovazione, della ricerca e della tecnologia. Sono iniziative diverse, ma unite dalla stessa convinzione: i problemi complessi non si risolvono contro qualcuno, ma insieme a qualcuno.

Consentitemi una riflessione personale, non soltanto da sindacalista ma da padre. Quando guardo i giovani che incontro nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro, vedo una generazione molto migliore di come spesso viene raccontata. Vedo competenze, creatività, spirito di sacrificio. Vedo ragazzi e ragazze che chiedono una sola cosa: poter giocare la partita ad armi pari. E allora mi domando quale Sicilia stiamo costruendo per loro. Vorrei una Sicilia nella quale un genitore non debba considerare inevitabile accompagnare un figlio all’aeroporto perché qui non trova opportunità. Vorrei una Sicilia nella quale restare sia una scelta possibile e non un sacrificio. Vorrei una Sicilia nella quale il merito venga riconosciuto e premiato.

Come scriveva Gesualdo Bufalino, “per combattere la mafia ci vuole un esercito di maestri”. Oggi potremmo aggiungere che per costruire il futuro della Sicilia serve un esercito di educatori, imprenditori, lavoratori, amministratori, sindacalisti e cittadini capaci di fare rete e di assumersi responsabilità. La Sicilia ha tutte le energie necessarie per riuscirci.

Ha giovani straordinari, imprese che innovano, università che producono conoscenza, comunità che resistono e costruiscono. Dobbiamo avere il coraggio di investire su tutto questo. Perché la risposta al “cu tu fa fari?” non può essere la rassegnazione. Deve essere la speranza che diventa progetto, il dialogo che diventa azione, il merito che diventa opportunità. E soprattutto la convinzione che il futuro della Sicilia si costruisce soltanto insieme.

L’autore è segretario generale della Cisl Sicilia

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