Mafia, calcestruzzo e fibra ottica |Quel cantiere è "cosa nostra"

Mafia, calcestruzzo e fibra ottica |Quel cantiere è “cosa nostra”

Potrebbero esserci nuovi sviluppi nell'inchiesta Chaos.

i retroscena
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CATANIA – La ricerca “dell’amico buono”, il fornitore “consigliato”, la “provvigione” imposta sui lavori d’appalto. Un copione trito e ritrito ma che è tornato alla ribalta nelle scorse settimane con il secondo capitolo dell’inchiesta Chaos che ha azzerato una presunta fonte imprenditoriale ed economica del clan Santapaola-Ercolano. Al centro la Conti Calcestruzzi (finita sotto amministrazione giudiziaria) che avrebbe fornito il cemento (di scarsa qualità, dicono gli inquirenti) all’azienda che si sta occupando della posa della fibra ottica a Catania.

Ma pare che ad un certo punto la protezione di Antonio Tomaselli, il delfino degli Ercolano arrestato nel blitz Chaos e descritto dal Ros come il capo militare di Cosa nostra catanese, non sarebbe bastato all’impresa. Perché nei cantieri di Picanello sarebbe arrivata la visita di alcuni “picciotti”, che non erano stati informati che quell’azienda stava già pagando il conto alla “famiglia”. Il titolare – secondo gli atti della magistratura – attraverso Rocco Biancoviso di Scordia sarebbe riuscito ad ottenere “la protezione” necessaria per poter operare senza essere disturbato. Ma quelle pressioni mettono in allarme il titolare, che bussa “all’amico buono”. Una vicenda che poi è chiarita in un incontro, organizzato ad hoc (raccontano le vittime ai pm), in piazza Raffaello Sanzio. I due “carusi”, infatti, avrebbero infatti riformulato le motivazioni di quella ricerca assidua e pressante del titolare dell’azienda che si occupa della posa delle fibra ottica a Picanello. Avrebbero dovuto chiedere solo un posto di lavoro. Una versione che non convince gli investigatori, né tanto meno il Gip.

“La condotta riferita – analizza il giudice – non poteva che essere diretta a intimidire gli imprenditori per indurli a una messa a posto del cantiere, e non certo a cercare un lavoro per un congiunto. Essi infatti avevano ripetutamente cercato il tiolare e ne avevano poi bloccato i lavori in uno dei cantieri, salvo poi interrompere l’azione intimidatoria dopo l’intervento autorevole del Conti (Giuseppe Pasquarello ritenuto la testa di legno del boss , ndr) che faceva loro il nome di Antonio Tomaselli il quale – aggiunge il Gip –  avrebbe dovuto riferire al loro responsabile”. Insomma quel cantiere era già nelle mani di capelli bianchi, questo il nomignolo del delfino degli Ercolano.

Ed è probabile che quei due picciotti fossero inviati dai referenti del gruppo di Picanello (che come dicono diversi pentiti e riscontrato in molte indagini avrebbe una certa autonomia nell’operatività mafiosa). Quei nomi infatti sono collegati a una riunione avvenuta a dicembre del 2016 dove sono protagonisti proprio Antonio Tomaselli, che da pochi mesi aveva preso le redini del clan dopo l’arresto di Marcello Magrì nell’inchiesta Kronos, e Giovanni Comis, capo del gruppo di Picanello, finito in manette nel blitz Orfeo. I Ros documentano un incontro riservatissimo, tra Comis e Tomaselli. E non è sbagliato pensare che potrebbero esserci nuovi sviluppi. Chissà di cosa parlavano i due boss.

 

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