Dalla punciuta ai segreti dei boss | La mafia secondo Galatolo

Dalla punciuta ai segreti dei boss | La mafia secondo Galatolo

Il mensile “S”, disponibile online qui e in edicola, pubblica i verbali del pentito dell'Acquasanta.

PALERMO. Dalla “punciuta in carcere” ai segreti del traffico di droga, passando per tutti i vecchi e nuovi boss palermitani. Il mensile “S”, disponibile online e in tutte le edicole, dedica uno speciale ai verbali di Vito Galatolo, pubblicandoli integralmente. Ecco una breve anticipazione. “La famiglia Galatolo è stata sempre nel quartiere dell’Acquasanta, da quando stiamo parlando lo zio di mio padre, il nonno di mio padre, il papà di mio padre, il fratello del papà di Gaetano Galatolo, ai tempi degli anni 40. Siamo dall’inizio del 900 nella famiglia” dell’Acquasanta”. La mafia Vito Galatolo ce l’ha nel Dna. E così il suo racconto è un viaggio che parte da lontano e arriva fino ai giorni nostri. Ai giorni in cui, così racconta, rispose signorsi, mise mano al portafogli e sborsò 350 mila euro per comprare il tritolo che sarebbe servito per l’attentato al pubblico ministero di Palermo, Antonino Di Matteo.

Gli inizi. Non c’era bisogno di essere un uomo d’onore. Bastava essere un Galatolo per dettare legge all’Acquasanta. “Dopo l’arresto di mio padre, io ero ancora ragazzo, ma dopo il ’92 mi sono preso a occupare anche delle situazioni della famiglia di mio padre, dell’Acquasanta – mette e a verbale -. Non ero nemmeno uomo d’onore io. Però ho gestito sempre la famiglia dell’Acquasanta insieme ad altri parenti miei. Tipo se c’era mio zio Pino fuori, i domiciliari, lui gestiva la famiglia e noi stavamo sempre insieme a lui, vicino a lui, ci confidava delle cose, oppure dopo c’erano mio cugino Angelo, classe 60, figlio di Tano, che era il più grande, che la gestiva lui, e noi sempre vicino a lui, fino a prima del mio arresto, nel ’96. All’epoca c’erano come referenti della famiglia di Resuttana, nel ’91 ancora c’era Salvo Madonia fuori”.

I boss storici. Leggere i verbali di Galatolo significa fare un tuffo nella storia della Cosa nostra palermitana: “C’era Antonio Pipitone, la gestiva lui. Però Vincenzo Di Maio si gestiva anche l’Acquasanta, incontri interni, perché Antonio Pipitone si manteneva sempre più distante per avere contatti con esponenti a livello imprenditoriale, costruttori, perché loro avevano con suo cognato, Masino Cannella, uomo d’onore della famiglia di Prizzi, gestivano la calcestruzzi di cemento, e lui si gestiva di più questo lato economico, e tutto reggeva Vincenzo Di Maio”.

Il servizio completo sul mensile “S” disponibile online e in tutte le edicole. Clicca qui per acquistare la versione digitale.

 

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