CATANIA – I fragili equilibri interni del clan mafioso dei Cursoti Milanesi hanno quasi provocato una faida, nell’aprile del 2022, in piena zona metropolitana, in Corso Indipendenza. È il 19 aprile di tre anni fa quando Alfio Cristian Licciardello e Carmelo Tiralongo, due presunti componenti del clan (il primo sarebbe addirittura uno dei capi del nuovo corso) si sarebbero messi a sparare, con un fucile a canne mozze, contro la vetrina di un negozio di toelettatura.
È la ricostruzione della Dda di Catania – nell’ordinanza che ha decapitato vertici e fedelissimi del clan, con cui il gip accoglie, in via cautelare, la tesi della procura distrettuale – che contesta ai due il reato di porto d’arma abusivo aggravato.
L’obiettivo, infatti, era una persona ritenuta vicina a “pasta ca sassa”, al secolo Carmelo Di Stefano, fino a quel periodo incontrastato capo dei Cursoti. Licciardo e Tiralongo, invece, facevano parte di una frangia avversa.
Lo scontro giunge ai piani alti
Attraverso quell’agguato a colpi di fucile volevano dimostrare di tenere il fronte e non avere alcuna paura di loro. Questo nonostante uno dei due – cioè “mentina”, dal soprannome di Tiralongo – fosse stato aggredito poco prima dai rivali.
Già prima dello scontro, infatti, era giunto ai ‘piani alti della cosca’. E uno dei presunti capi, si evince dalle intercettazioni, sarebbe stato proprio avvertito di non uscire da casa. Il gruppo di Distefano, in pratica, aveva appena picchiato Tiralongo e temeva da un momento all’altro una reazione dai fratelli Giuseppe e Alfio Cristian Licciardello. Il motivo? Il mafioso lo dice chiaro: “Abbiamo scassato a Mentina”.
La reazione di “Mentina”
La reazione, come detto, per la Dda la fa Mentina stesso, assieme a uno dei due Licciardello. Nel gruppo comandavano loro. E in effetti l’accusa di associazione mafiosa, praticamente, ce l’hanno tutti.
Con la mafia e i clan non c’entra, non ha alcuna accusa a suo carico, ma di sicuro non ha dato un’ottima prova di collaborazione con lo Stato. A immortalare i due indagati sarebbero state le videocamere di sorveglianza.
L’interrogatorio con i carabinieri e l’intercettazione
L’indomani, infatti, convocato dai carabinieri il titolare confermava di trovarsi dentro l’attività con la moglie, di aver sentito un forte rumore e poi, rivolgendo lo sguardo verso la strada, di essersi accorto del passaggio di uno scooter Honda SH di colore bordeaux, con a bordo due persone a viso scoperto che urlavano qualcosa di incomprensibile, notando poi che, il passeggero, aveva in mano un fucile a canne mozze.
Ha aggiunto però di non aver riconosciuto i due giovani a bordo dello scooter, anzi, avrebbe spiegato con assoluta certezza che non erano soggetti che vivevano nel quartiere di sua appartenenza. Solo che per gli investigatori questa tesi non regge, anche perché poi, parlando con il figlio al telefono, avrebbe detto: “Vedi che mi ha sparato qua u Merluzzu”.

