Giustizia e garanzie oltre gli schieramenti compone un concetto che ha sempre ispirato l’azione politica dell’Unione delle Camere Penali Italiane, storicamente impegnata nella trasmissione di un messaggio trasversale fondato su principi e valori comuni, non attribuibili semplicisticamente a questo o quel partito politico, ma caratterizzanti un comune denominatore, capace di migliorare la qualità della giustizia e quindi del vivere civile dell’essere umano.
Dopo il codice accusatorio del 1988 e il Giusto processo inserito nell’art. 111 della costituzione nel 1999, momenti di piena convergenza tra l’elaborazione normativa e l’idea di giustizia dell’Ucpi, i penalisti italiani hanno deciso di stimolare il completamento del processo di modernizzazione del nostro sistema penale, attraverso la proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere, da cui ha preso evidente spunto il Ddl costituzionale “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, già approvato in seconda lettura alla Camera dei Deputati e finalizzato ad adeguare il nostro assetto ordinamentale, risalente ad una legge del 1941, al modello processuale accusatorio, previsto dalla nostra costituzione e già in vigore da un quarto di secolo.
In sintesi, con la riforma sarà rafforzata l’autorevolezza del giudice, crescerà l’incisività della difesa e il pubblico ministero manterrà le proprie prerogative di indipendenza e autonomia rispetto al potere esecutivo.
La nostra iniziativa aveva la consapevolezza e dunque la forza di riuscire a stimolare l’interesse, non solo dei cittadini, ma anche di tutti i movimenti politici, poiché proponeva il definitivo superamento di un sistema inquisitorio, proprio di una concezione autoritaria della Stato e della giustizia, ormai estranea alle democrazie liberali più mature ed attente ai diritti e alle garanzie individuali.
È indubbio, infatti, che la riforma costituzionale ridisegna il rapporto tra autorità e libertà in senso maggiormente equo per il cittadino, che non potrà essere più giudicato da un collega del proprio accusatore. E a proposito di egemonia culturale e strapotere anche mediatico dell’accusatore un Procuratore della Repubblica apparso, come sovente accade, in televisione, ha tentato di teorizzare l’irrilevanza dei costi delle intercettazioni, poiché nella fase di esecuzione delle misure cautelari rese possibili dai risultati delle medesime intercettazioni, vengono sequestrati una serie di beni il cui valore compenserebbe ampiamente gli esborsi di denaro necessari per le intercettazioni.
Questa cultura inquisitoria, forse anche nel senso inteso da Innocenzo III, che, a tacer d’altro, equipara, prima del giudizio, un sequestro ad una confisca definitiva, irrevocabile e tombale rappresenta la morte del giusto processo, che la riforma costituzionale mira a realizzare compiutamente, sul piano ordinamentale.
Il tema della terzietà ordinamentale e del conseguente rafforzamento dell’autorevolezza del giudice e della decisione è all’ordine del giorno da almeno un trentennio. È proprio per questo che continuiamo a credere che la riforma costituzionale possa ricevere un consenso ampiamente trasversale. I partiti di centro di ispirazione liberale ne hanno sempre fatto un loro tratto distintivo, nel Dna della sinistra ha sempre albergato una grande sensibilità per la tutela e la realizzazione dei diritti individuali e il giusto processo può essere pienamente inserito nel novero dei diritti fondamentali dell’individuo, e la destra politica, con questa riforma, ha intrapreso un percorso costituente che si discosta decisamente da pregresse concezioni autoritarie, avvicinandosi a posizioni di chiara matrice liberale e democratica.
Ciò dimostra ulteriormente come questa riforma non possa essere definita o etichettata di destra né di sinistra, ma è portatrice di contenuti di importanza fondamentale che devono essere affrontati e considerati nel merito, e non come strumento per rafforzare una leadership o per fare cadere un governo. La politica, in sintesi, dovrebbe affrontare il tema, campagna referendaria compresa, pensando un po’ meno alle prossime elezioni e molto di più alle future generazioi.
Luigi Miceli, componete della giunta dell’Unione delle camere penali italiane che ha organizzato, a Catania, il ventesimo congresso.

