"Mi colpisce con un pugno" |L'incubo di una mamma catanese

“Mi colpisce con un pugno” |L’incubo di una mamma catanese

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Nonostante la decisione di lasciarlo si ritrova in auto da sola con il padre di suo figlio per risolvere una questione. Scoppia una discussione: il risultato è un occhio nero. Decide di denunciarlo. Qualche giorno dopo si presenta sotto casa e pretende di entrare. Ora c'è il divieto di avvicinamento.

CATANIA – Racconta il suo incubo guardando dritto negli occhi. Rebecca, l’ha chiameremo così, è ancora incredula di come possa essere accaduto che il padre di suo figlio sia colui che qualche settimana fa l’ha investita con un pugno in pieno viso. Passo dopo passo rimette insieme i puzzle della sua storia: due anni di speranze, di giustificazioni, di tentativi falliti nonostante gli insulti e quelle mani e quei piedi che (a volte) spingevano o calciavano su quel corpo minuto di trentenne.

Quello che più stupisce è che Rebecca tende a dividersi le colpe. “Io non sono una donna sottomessa”. Insulti e insinuazioni si trasformavano in accese discussioni. La violenza arriva con il tempo, con i mesi, mentre il piccolo cresce e lei prova a fare la mamma e parallelamente a non rinunciare ai suoi sogni professionali. Ma questo stonerebbe con l’idea del suo compagno di “madre che accudisce i figli”.

Ma partiamo dall’inizio. Rebecca e il suo ex si conoscono nel 2013: scocca la scintilla e iniziano a uscire insieme. Ad un certo punto arriva la notizia inaspettata: “Aspettavo un bambino”. Un fulmine, ma quando quella creatura inizia a crescere dentro il suo corpo ogni dubbio svanisce. Diventano dunque una famiglia e decidono di andare a vivere insieme. Ma qualcosa cambia: “E’ diventato geloso e ossessivo, mi controllava il telefono e se ritardavo dal lavoro mi accusava di avere una tresca con il mio capo”. Assurdo. Ma Rebecca “vedeva ogni gesto e accusa come un’eccessiva preoccupazione per il suo stato di gravidanza”.

Quando nasce il bambino tutto precipita. Rebecca decide di tornare a lavorare anche per non perdere i sacrifici di anni. Anche perchè c’è una casa in affitto da pagare e le spese per il bambino. Questa scelta però scatena l’ira del compagno. Insulti irripetibili urlati anche a tarda sera. E proprio in una di quelle discussione arriva (puntuale) il primo livido da nascondere. “Mi sbatte contro uno spigolo della cucina e mi ferisco alla gamba. Non ho detto nulla a mia madre”. Poi arrivano i calci sul divano, quando chiedeva collaborazione per la gestione dell’abitazione. E ancora invettive: “contro di me e la mia famiglia”.

Prende una decisione: un viaggio da soli. Qualche giorni fuori per staccare la spina. La vacanza però non produce gli effetti desiderati. Durante una pausa pranzo Rebecca capirà che quella trappola doveva finire. Cerca l’attenzione del compagno per mostrare i progressi del figlio, la risposta è una nuova sequela di urla. L’epilogo di violenza arriva in bagno, dove è colpita con uno schiaffo. Barcolla Rebecca ma poi vede il riflesso del suo viso sullo specchio. E in quel momento prende una decisione: andare via. Raccoglie le sue cose e quelle del figlio e prepara le valigie. “Nonostante avessi il bambino in braccio continuava ad alzare le mani, cercava di schivare il piccolo e colpirmi. In quel momento ho deciso di dire basta e sono andata da mia madre”.

Una settimana di silenzio e poi gli sms con le insinuazioni. Le accuse di averlo tradito, che ci fosse un altro uomo. Le chiamate a ripetizione. E ancora insulti, invettive. Gli appostamenti sotto casa. Un incubo, ma nonostante questo la rassicurazione che “il bambino avrebbe potuto vederlo quando voleva”.

Dalla convivenza restano delle incombenze da risolvere. “I primi di ottobre mi ritrovo in auto con il padre di mio figlio per andare a prendere dei documenti” – racconta. Nasce una furiosa discussione. “Mentre guida mi colpisce con un pugno sul volto. Mi ha preso i capelli, mi strattonava e io per allontanarlo l’ho graffiato in viso”.

Con l’occhio nero e grazie al consiglio del suo legale decide di farsi visitare in ospedale e di sporgere denuncia. “I carabinieri sono stati incredibili e gentilissimi. Hanno ascoltato il mio racconto e hanno raccolto le testimonianze. Da quel giorno sono diventatati i miei angeli, mi chiamano anche tre volte al giorno per sapere come sto”. L’ex compagno ha continuato a chiamare, a insultare, a urlare. “Ma io ho seguito il consiglio dei carabinieri e non l’ho più incontrato”. A fine ottobre però si presenta sotto casa e si attacca al campanello. Lei non apre. Inutile perchè entra nel palazzo seguendo un condomino. A quel punto si mette davanti alla porta dell’appartamento e chiede di entrare, urla e sbraita, bussando in maniera continua e violenta. Rebecca non demorde. “Se non vai via chiamo i carabinieri” – risponde la giovane mamma che intanto aveva allertato uno dei suoi “angeli custodi”. L’avvertimento sortisce un risultato perchè l’uomo si allontana.

Il giudice ha disposto il divieto di avvicinamento. La risposta dalle istituzioni è arrivata. “Chi ha saputo che avevo denunciato il padre di mio figlio mi ha dato della pazza, io ho risposto che sarebbe un bene se lo facessero tutti perchè si eviterebbero tanti casi” – afferma Rebecca. “Proprio in quei giorni è accaduto l’omicidio di Giordana a Nicolosi e mia madre è ormai spaventatissima e non mi lascia andare da sola. Anche io ormai mi guardo sempre intorno”.

Ora inizia il percorso investigativo e giudiziario. Rebecca sa che è difficile, anche perchè c’è un bimbo che “comunque rappresenta un legame per la vita”. Ad affiancarla a livello legale c’è l’avvocato Massimo Ferrante, presidente dell’Associazione Difesa e Giustizia nata da qualche mese. Un organo che si occupa di tutelare i diritti costituzionalmente garantiti e per contrastare i comportamenti lesivi della dignità personale. “Nelle storie come quella di Rebecca – afferma Ferrante – la linea tra l’epilogo tragico e la sopravvivenza è legato sicuramente alla celerità dell’intervento delle Forze dell’Ordine e dell’Autorità Giudiziaria che in questo periodo e come in questo caso hanno dimostrato di essere attrezzate e sensibili per il contrasto di questi fenomeni criminali”. L’Associazione già opera anche su altri settori: a breve a Tremestieri nascerà la “Camera dei diritti dei debitori”. In cantiere, inoltre, l’istituzione della Camera per i diritti alle donne “per fornire supporto a trecentosessanta gradi alle vittime dei reati di questo genere”. In attesa dell’attivazione del numero verde, chi volesse rivolgersi all’associazione può chiamare anche in forma anonima al 3662010651.

 

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