Cronaca

Misure di prevenzione: “Un sistema profondamente ingiusto”

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13 Novembre 2020, 17:04

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PALERMO – “Proverò a spiegare quanto sia importante interrogarsi su come si è arrivati ai sequestri e non è vero che le imprese sequestrate falliscono sempre per i costi della legalità”, dice Pietro Cavallotti.

Il 18 novembre prossimo è stato convocato dalla Commissione regionale antimafia che ha aperto un’indagine sul delicatissimo tema dei beni sequestrati e confiscati ai mafiosi e agli imprenditori sospettati di avere fatto affari con l’aiuto di Cosa Nostra.

Cavallotti fornirà ai commissari, guidati dal presidente Claudio Fava, il suo punto di vista che è quello di un giovane imprenditore per il quale il sospetto di mafiosità è caduto, ma le aziende gli sono state restituite piene di debiti dopo un lungo periodo di amministrazione giudiziaria. Quello di Cavallotti è anche il punto di vista di chi si batte da anni per ottenere la revoca della confisca dei beni del padre e degli zii per il quali invece il sospetto ha retto, ma è in corso il giudizio di appello.

Vincenzo, Salvatore Vito e Gaetano Cavallotti, imprenditori di Belmonte Mezzagno in passato sono stati assolti dall’accusa di associazione mafiosa, ma sottoposti a misure patrimoniali e personali perché ritenuti “socialmente pericolosi”.

Tra le imprese confiscate ce n’erano alcune citate nella corrispondenza di Bernardo Provenzano per il pagamento del pizzo sui lavori di metanizzazione nei comuni di Agira e Centuripe. In un altro pizzino era Giovanni Brusca a scrivere a Provenzano per affrontare il tema della messa a posto dell’impresa dei Cavallotti che stava realizzando la metanizzazione a Monreale.

I fratelli, secondo l’accusa, avrebbero dirottato i loro interessi sulle aziende intestate fittiziamente ai figli. Accuse che in questo caso non hanno retto e le aziende sono state restituite dopo otto anni.

La nuova generazione Cavallotti, che ha sempre bollato come diaboliche le prove raccolte contro i padri, ritiene di avere nuovi elementi da fare valere nel processo. Alla commissione antimafia racconterà altro, in aggiunta a ciò che aveva già riferito quando era stato convocato insieme a Massimo Niceta e Francesco Lena, altri imprenditori a cui i beni sono stati restituiti.

“L’agenzia per i beni confiscati – spiega Pietro Cavallotti – segue 1262 procedure, di cui 147 scaturite da procedimenti in sede penale, mentre tutto il resto riguarda misure di prevenzione. Si continua a parlare di mafia, ma 9 procedure su 10 riguardano persone non condannate per mafia. La Commissione dovrebbe porsi il problema di come si arriva ai sequestri, visto che il processo di Caltanissetta (quello concluso con la condanna dell’ex presidente delle Misure di prevenzione Silvana Saguto e di altri imputati) ha già fatto emergere la disinvoltura con cui si sequestrava, anche se le perizie dicevano altro. La storia delle misure di prevenzione degli ultimi anni è da rivedere”.

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La storia dice pure che molti sequestri, disposti dalla sezione Misure di prevenzione ma proposti non da Silvana Saguto hanno anche retto di fronte ai nuovi giudici che di Saguto hanno preso il posto e in vari gradi di giudizio. Così come è vero che la legge sulle misure di prevenzione è stata voluta proprio per snidare il malaffare che non per forza ha il volto degli affiliati a Cosa Nostra.

È innegabile anche che le aziende falliscono, un fardello per gli imprenditori che le riottengono trovandosi in mano un pugno di mosche, ma anche un segno di inefficienza dello Stato o di spreco quando, in caso di confisca, le imprese mal gestite passano al patrimonio della collettività.

Dal lavoro della Commissione antimafia è venuto fuori che ci sono aziende che falliscono una volta passate in amministrazione giudiziaria perché vedono i clienti defilarsi, le banche chiudere le linee di credito e i costi della legalità schizzare, dovendosi rispettare tutte le norme in tema di sicurezza e contratto di lavoro.

Quello di Cavallotti è un ragionamento che vuole andare oltre il caso Saguto e parte dal presupposto che “le aziende falliscono anche per altre ragioni. Non intendo dire che tutte le aziende erano regolari, ma molte erano sane e sono state distrutte. Come la nostra Euroimpianti che è stata dissequestrata perché la mafia non c’era. Non avevamo lavoratori in nero o debiti con i creditori. Ora invece di debiti ne abbiamo per 10 milioni. Di sicuro non rientra fra i costi della legalità il fatto che prima c’era un solo amministratore unico ed invece con l’amministrazione giudiziaria si è insediato un Cda di tre persone che ha quadruplicato i costi. Altro punto: quando si insedia un amministratore giudiziario vengono congelati i debiti pregressi, mi chiedo che c’entrino gli stipendi dei lavoratori, bloccati così come i soldi del Tfr e i crediti dei fornitori. Se tu non paghi un creditore è normale che non voglia più lavorare con te. Nel caso della Euroimpianti ci siamo ritrovati, non per colpa nostra, con 40 contenziosi con dipendenti, fornitori e banche”.

Le imprese, secondo Cavallotti, falliscono anche per l’incapacità degli amministratori giudiziari “ai quali si pretende di insegnare in due giorni con un corso di formazione come gestire un bene dinamico. Le aziende siciliane sono a conduzione familiare, se togli i familiari, togli la spina dorsale. Noi eravamo sempre presenti in azienda, mentre gli amministratori no”.

Cavallotti, che ne ha fatto oggetto di una campagna insieme ai Radicali, ritiene che una soluzione sia “l’affiancamento dei proprietari agli amministratori. L’affiancamento è previsto già dal 2017, ma questa misura ha avuto una applicazione residuale perché la decisione è a discrezione del proponente e del tribunale che preferiscono i sequestri. Ed invece esiste il controllo giudiziario. Iniziamo controllando il lavoro dei proprietari piuttosto che sequestrare. Per il sequestro esiste già il codice penale. Se ci sono indizi concordanti si sequestri l’azienda, i mafiosi vanno perseguiti, altrimenti si scelga il controllo giudiziario”.

È il sistema delle misure di prevenzione così come organizzato che non piace a Cavallotti che lo ritiene “profondamente ingiusto. In quale paese del mondo il giudice che dispone il sequestro decide pure se confermarlo o meno? Non c’è un indennizzo quando il sequestro di prevenzione viene revocato. Aiutiamo le persone che hanno subito un ingiusto calvario giudiziario. Vanno aumentate aumentare le garanzie. Sento parlare di costi della legalità, ma è bene ricordare che della legalità fanno parte anche i principi costituzionali del giusto processo e il principio di non colpevolezza. È su questi temi che si dovrebbe concentrare il dibattito ed invece se ne parla sempre troppo poco”.

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13 Novembre 2020, 17:04

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