La morte di Elisabeta, a Catania, ci raggiunge come una ferita aperta ma non è solo una tragedia personale bensì è un fatto politico, nel senso più profondo e umano della parola. Una donna povera, fragile, straniera, è morta in città senza che nessuno riuscisse a proteggerla.
Questo ci dice qualcosa sullo stato della nostra convivenza, sulle priorità che scegliamo, sulle vite che contano e su quelle che lasciamo scivolare ai margini. “I poveri li avete sempre con voi” dice il Vangelo, non come rassegnazione ma come invito a riconoscere in loro una presenza che ci riguarda, che ci giudica, che ci salva.
Elisabeta è parte di quel popolo dei poveri che abita le nostre città, spesso ai margini, spesso ignorato. Quel popolo che non vota blocchi di potere, che non fa rumore, che non occupa spazi mediatici ma che misura la qualità della democrazia più di qualsiasi indice economico.
La povertà non è un’astrazione. Istat ci dice che in Italia, 5,7 milioni di individui vivono in povertà assoluta (pari al 9,8% della popolazione) e tra le famiglie composte da soli stranieri l’incidenza sale al 35%.
La morte di Elisabeta ci interroga come cittadini prima ancora che come credenti perché la povertà non è un incidente, ma il risultato di scelte, di omissioni, di politiche insufficienti o distratte. È un terreno su cui si vede se una città è capace di prendersi cura dei suoi ultimi o se preferisce voltarsi dall’altra parte. Questa non è solo una tragedia individuale, piuttosto è un fallimento collettivo.
Nessuna vita è inutile, nessuna è scarto, lo abbiamo imparato e ribadito tante volte come, di recente, ha fatto mons. Corrado Lorefice davanti ai corpi dei migranti restituirti dal mare.
Ecco perché oggi, davanti a Elisabeta, sentiamo il bisogno di dire che la città è più umana quando si accorge dei suoi ultimi, quando non lascia indietro nessuno, quando costruisce legami invece di erigere muri. La povertà non è un destino, è una responsabilità condivisa e la morte di una donna povera non può lasciarci indifferenti.
La Sicilia è una terra generosa, ma attraversata da troppe solitudini e la solitudine, quando incontra la povertà, può diventare letale. Non basta indignarsi per un giorno! Serve una visione, servono politiche che mettano al centro la dignità, la casa, la salute, la prossimità.
Serve un welfare che non sia solo emergenza, ma prevenzione, serve una città che non si limiti a “gestire” i poveri, ma che li riconosca come parte della propria identità. “La misura dell’umanità si vede da come si trattano i più deboli”, diceva papa Francesco. È una misura politica, oltre che morale.
Nel mondo dei poveri – che è un mondo reale, concreto, fatto di nomi e non di categorie – si impara che la fragilità non è una colpa, che la solitudine uccide più del freddo, che la dignità nasce dall’incontro. È lì che si custodisce un seme di resurrezione perché i poveri, con la loro vita spesso spezzata, ci ricordano che la resurrezione non è un’idea astratta, ma una possibilità che germoglia quando qualcuno si ferma, ascolta, chiama per nome.
La resurrezione di chi ritrova un nome, una casa, un’amicizia è la resurrezione di una città che sceglie di non lasciare nessuno indietro. È la resurrezione della politica quando torna ad essere servizio, cura, costruzione di futuro. La morte di Elisabeta ci chiede proprio questo: di non accontentarci di una compassione sterile, ma di trasformare il dolore in responsabilità.
Non possiamo permettere che la morte dei poveri diventi una normalità. Non possiamo accettare che la fragilità sia un destino. Non possiamo rassegnarci a una città dove alcuni vivono e altri sopravvivono. La memoria di Elisabeta ci chiama a un impegno nuovo: costruire una Sicilia più giusta, più attenta, più capace di vedere.
Oggi, mentre affidiamo Elisabeta – o Adele, come le piaceva essere chiamata – alla misericordia di Dio, sentiamo che la sua memoria può diventare un inizio. Un invito a non abituarci mai alla morte dei poveri. A non lasciarli soli. A credere che ogni vita può risorgere se trova una mano tesa, una comunità che accoglie, una città che non volta lo sguardo.
Siamo in Quaresima e dobbiamo digiunare dall’egoismo e pregare per Elisabeta. La resurrezione comincia così: da un nome ricordato, da una storia custodita, da un impegno rinnovato. Perché Elisabeta viva ancora, nei gesti di cura che sapremo compiere, nelle scelte che sapremo cambiare, nella città più umana che sapremo costruire insieme.

