Perdere la memoria è una fiammella che brucia a poco a poco la carta d’identità. È come partire da una città chiassosa per inoltrarsi in una periferia sempre più spoglia e rada; camminare dentro uno scenario in progressivo esaurimento di cose e di persone, fino a perdersi in un deserto.
Anche Ninuzzo, come molti, come tutti forse, ha paura di entrare a far parte di quei perdenti dell’ultimo miglio, arrancanti sotto il peso dell’età che avanza.
Ninuzzo l’ho conosciuto al lavoro, perché è assistito presso l’Unità Alzheimer qui, in ASP, dove bravissimi colleghi stanno già occupandosi di lui e del suo deserto all’orizzonte. Perché Ninuzzo sta perdendo i suoi ricordi.
Ninuzzo somiglia a migliaia di anziani, preoccupati titolari del proprio piccolo, granitico mondo costruito con fatica, ma con l’angosciante sensazione che tutto, ad un certo punto, possa scorrere via fra le mani, in un’inesorabile dissoluzione della memoria. Come la sabbia del deserto.
Per Ninuzzo, però, ci sono buone notizie. Forse è proprio l’immagine di un deserto arido e desolato che ha indotto alcune menti illuminate a progettare, in un fantastico contrappunto, proprio qui, negli ambienti di una ASP, un giardino.
Sì, un giardino. Un ambiente progettato per quelli come Ninuzzo, destinati a vivere in un unico, immutabile presente, non più padroni della loro stessa storia, perché il passato non lo riconoscono più, e ciechi rispetto ad un futuro credibile, attendibile, desiderabile.
Un giardino dedicato, dove i cinque sensi possano trovare occasione di esercizio: la vista, perché possa godere di un verde a sfondo azzurro; l’olfatto, perché possa inebriarsi di mille profumi mediterranei; il tatto e il gusto, se da qual giardino potranno un giorno nascere dei frutti; persino l’udito, con un angolo speciale dal quale si può ascoltare intensamente il verso degli uccelli.
Un giardino dove passeggiare, dove percorrere itinerari riabilitativi, sostenuti da persone capaci ed affidabili; dove ricevere gli impulsi vitali della natura per ostacolare la desertificazione; dove potersi ritrovare vivi, ancora vivi.
Il “Giardino della memoria”, come è stata chiamata quest’oasi nei deserti di tanti che soffrono la demenza, affianca gli ambulatori dell’Unità Operativa Alzheimer della ASP.
È un bel giardino, che tende le braccia molto oltre il suo semplice mandato riabilitativo. È stato inaugurato un paio di mesi fa, in un silenzio sommesso, senza strombazzamenti. Com’è già successo per altre rivoluzioni, nella Storia.
Chi lo ha progettato aveva in mente il senso profondo e radicato dell’etimologia di due parole solo apparentemente somiglianti, in realtà profondamente differenti: ‘dimenticare’ e ‘scordare’.
Chi di noi in passato ha masticato un po’ di latino sa infatti che ‘di-menticare’ ha a che fare con qualcosa che scivola via dalla mente; ‘s-cordare’, invece, rimanda ai pezzettini di storia, di affetti, di amore che si staccano dal cuore.
Se è così, ‘ri-cordare’ ha allora il senso di una ricostruzione affettiva, prima che di un ripristino psichico. Del resto, che “il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce” era già stato Pascal a dirlo, in secoli non sospetti.
Il Giardino, quindi, è un’opera del cuore. Un’opera che dal cuore parte e che ha dei cuori per destinatari. Perfino gli scienziati hanno dimostrato che la nostra memoria non funziona affatto come il meccanicismo dei registratori, ma che ogni ricordo si ricopre di emozioni e sconfina nel mondo affettivo, se vuole restare a lungo dentro di noi.
Ninuzzo l’ho lasciato che sistemava un gelsomino in un’aiuola vicino ad un reticolato. Aveva le mani sporche di terra. Potrei dire ‘pulite’ di terra, se la terra, le foglie, i rami verdi e quelli secchi, le sementi e i concimi hanno il potere di detergere le nostre vite da animali metropolitani, sporcate e indurite dalle nostre mille guerre individuali.
Il profumo del suo gelsomino si stacca dal fiore e arriva alla mente; ma prima passa dal cuore e lì si ferma un po’, perché abbia il tempo di rifiorire dentro, prima di trasformarsi in un ricordo.
Così Ninuzzo ci ricorda che c’è spazio per la speranza; uno spazio piccolo e grande, tanto quanto basta.

