Il ciclone, la frana, chi non ama la Sicilia

Ogni tragedia ‘serve’ per condannare la Sicilia: dopo i danni ecco la beffa

Le lacrime di coccodrillo e la polemica inutile sul Ponte

Che sia un ciclone, che sia una frana, che sia… tutto ‘serve’, tutto arriva per condannare la Sicilia intera, pur di inchiodarla alla croce della sua presunta irredimibilità. Il marcio esiste ovunque, in proporzioni differenti, ma solo alle nostre latitudini ogni sciagura si trasforma in un movente automatico per scrollare la testa e sussultare: eh, ma la Sicilia! Dopo i danni, la beffa, mentre scorrono le lacrime.

Succede, è successo. E’ successo con il ciclone Harry, è successo con la frana di Niscemi, è successo in diverse occasioni. Chiariamo subito il punto: gli elementi fortemente critici che emergono, soprattutto nel dramma di una cittadina parzialmente spazzata via, fanno ribollire il sangue, colpiscono specialmente i siciliani, vittime dirette e indirette.

E sarà bene che sia detta, dopo gli opportuni approfondimenti, una parola chiara, indicando eventuali responsabilità, illuminando le porzioni fin qui in ombra di una tragedia.

Nessuno starà mai zitto. Denunceremo, scriveremo, ci indigneremo. Sezioneremo un contesto politico dove volano gli stracci, nel tentativo di sottrarsi alla accuse di omissioni. Il dolore che stiamo raccontando è troppo. Ci sono persone che, nonostante le promesse, non si rialzeranno. Nessuno ricostruirà più quelle vite in frantumi.

Altro, però, è il piano inclinato di certi commenti più o meno allusivi, di certe provocazioni, di certe battute da avanspettacolo. Altro è l’indiscriminata sentenza generale, talvolta più melliflua e carsica, talvolta esplicita, incapace di distinguere le singolarità. Eh, la Sicilia…

Come se il desiderio segreto fosse immancabilmente la damnatio di una terra e di un popolo, in blocco. Come se ogni devastazione rappresentasse perfino un’atroce opportunità per dichiarare la marginalità della Sicilia, senza rimedio, gongolando sotto l’aplomb della dolente compunzione.

La polemica sul Ponte rientra nel canovaccio. Può piacere o non piacere, il Ponte. Ma la messa in discussione, sfruttando l’onda emotiva di una catastrofe, è un espediente troppo grossolano pure per una politica che ha fatto della grossolanità il suo marchio ideale.

L’immenso Leonardo Sciascia scrisse, sulle pagine del ‘Corriere’, un memorabile articolo sui sentimenti riservati alla Sicilia: “Mi sono dilungato su questo esempio dell’antipatia che i siciliani godono in quanto siciliani…”. Basta un frammento per annotare il dettaglio. Antipatici, dunque, in quanto siciliani.

Ecco perché ogni tragico evento, che sia un ciclone, che sia una frana, può tornare utile – che brutto solo pensarlo – a chi non ama la Sicilia. A chi, magari, vorrebbe vederla sprofondare, per poi aggiungere che, poverini, ce lo siamo meritati.

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