Viaggio tra i senzatetto | GUARDA LE FOTO

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In giro con gli 'Angeli della notte', nel dolore che nessuno vede. FOTO di Antonio Giordano

Palermo, le storie
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5 min di lettura

PALERMO- E’ una bambina. Ha lo sguardo duro, intagliato nella scorza degli stenti. Anche lei partecipa alla processione in cerca di cibo e vestiti. Accade ogni lunedì e martedì, quando gli ‘Angeli della notte’ escono per recare conforto ai barboni con i sacchetti e qualche indumento. Le famiglie povere di Palermo si accalcano lì dove sanno che il corteo benefico si fermerà. Ci sono padri, madri, figli, bambini e bambine già cresciute. Non diresti nemmeno che sono bambine.

Ecco la città dei vuoti a perdere. Ecco le esistenze gettate via, perché non interessano a nessuno. Né alla politica che si occupa di ragionamenti assai più proficui sugli stipendi d’oro. Né alla cultura, con l’illusione di chiamarsi tale, che ha bisogno di polverizzare le verità di senso contrario.

Il viaggio nella città disperata comincia alle nove di sera, nella pioggerella gelida di un martedì palermitano, dalla sede dell’associazione “Gli Angeli della notte”, in via Bevignani, a due passi dal Malaspina. Giuseppe Li Vigni ne è l’animatore e il vicepresidente: “Partiamo da qui, da questo bene confiscato che ci è stato assegnato, per cercare di fare il possibile. Voglio subito sfatare la leggenda romantica del clochard che ha scelto di dormire sotto le stelle, liberamente. Qua sono pochissimi. Parlerei piuttosto di senzatetto: di persone che sono state rovinate dalla miseria e non hanno più nulla”. Giuseppe ha cinquantadue anni, è sposato con Cristina, ha due figli, è un insegnante. “So perfettamente che potrei restare, al calduccio, con la mia famiglia. Ma la nostra è una scelta solidale e condivisa. Tutto ha avuto inizio nel 2012 quando io e un mio amico abbiamo inaugurato i nostri giri da soli. Così, sono nati gli ‘Angeli’”.

Che si affannano a preparare un pasto caldo, sopra un tavolo smisurato. C’è chi si occupa dell’acqua, chi del vestiario. “Tra lunedì e martedì serviamo più di duecento pasti. Ci dividiamo in due squadre”. La marcia di questo martedì palermitano prevede la copertura di via Crispi, piazza Sturzo, la Kalsa, via Ruggiero Settimo e la stazione centrale, con qualche puntatina intermedia. Nello stanzone transitano volontari, precisissimi nello svolgere il compito affidato. Noemi Vuolo condensa lo schema del suo esserci con una frase semplice: “C’è bisogno di amore”. Patrizia Pantano esordisce nell’esperienza missionaria: “Sono molto emozionata – dice – ho staccato dall’ufficio e sono venuta qui, senza nemmeno passare da casa”.

Prima tappa sotto i portici, tra via Crispi e via Guardione, lì dove Amor il clochard ha chiuso gli occhi. Le famiglie sbucano dall’oscurità in cui attendevano. Si dividono maglioncini, sciarpe, magliette. La signora col maglione rosa, garbatamente, protesta: “Niente c’è per la picciridda?”. Un ragazzo si propone per l’elemosina, reggendo in mano lo smartphone. Più tragedia o arte d’arrangiarsi? Impossibile stabilire con nettezza i confini. Ma la città dei vuoti a perdere sembra sopravanzare di molto quella degli eventuali stratagemmi. Piazza Tredici Vittime. Le panchine rammentano un camposanto. “Lì c’è morto un nostro amico, l’ottobre scorso…”. Più in là, cinque anni fa, è spirato Fia, un uomo dal cuore gentile che somigliava a un giardino rigoglioso di sensibilità. Un anziano afferra un pacco che una mano gli porge, come se fosse l’ultima occasione. Le foglie secche cadono sulle panchine-lapidi lucidate dalla pioggia.

In piazza Sturzo, da un bozzolo di coperte, bottiglie e liquidi, vengono fuori due ragazzi di colore. Dormono stretti per ripararsi. Uno narra di sé e della sua serenità perduta. Era uno chef. Aveva un posto. Poi è finito sul marciapiede. Perché? Risponde: “E’ stato il mio destino”.

Alla Kalsa, sotto l’arco, altre due ombre hanno organizzato una tendopoli, con cartoni, stoffe, mobili che qualcuno ha abbandonato. Non le scorgi. Si sente appena una voce da destra: “Mi chiamo Antonio, sono qui dagli anni Novanta, sono cristiano e vengo dallo Sri Lanka. Prima riuscivo a trovare qualcosa come domestico, ora nemmeno quello. Avreste un paio di scarpe? Numero 44. Possibilmente nere”.

Non c’è menzogna nel viaggio, non c’è ipocrisia. Tutto è elementare, primitivo, diretto. I volti non hanno maschere. I buoni ci sono. Gli indifferenti sono assenti. I cinici compongono esercizi di retorica, altrove. I cattivi suddividono il problema per razze, come se, al buio, non risplendesse sempre lo stesso uomo.

La stazione centrale si staglia nella durezza della tappa conclusiva. Giuseppe Li Vigni spiega: “Quando notiamo qualche fratello a terra, sotto una coperta, che non si muove, lo tocchiamo. E’ il nostro modo di verificare le sue condizioni di salute”. La stazione è il porto insicuro di ogni disperazione. Quindici anni fa, era la dimora di Giovanni-senza-gambe che se ne stava rannicchiato in un angolo sudicio. Una compagna di classe di giorni mai più tornati gli portava la minestra. In uno dei binari riposava Cappuccetto Rosso, una vecchia dal sorriso dolce, gli occhiali ammaccati e una mantellina che le forniva il nomignolo. Chissà che lupo l’aveva divorata.

Adesso, c’è un signore che ripete la sua cantilena, accanto all’obliteratrice: “Avissi settemila euro e una fimmina… Avissi settemila euro e una fimmina…”. E c’è un altro Giovanni, di settantuno anni, assopito su una panca. Abitava a Pescara, E’ stato scaraventato nell’indigenza da circostanze ignote. Ha una copertina con i disegni di un film di Disney come riparo. Accetta un po’ di frutta e una carezza sulla guancia ispida di barba. Più in là, Andrea si protegge perfino dall’affetto. Gli bruciarono il materasso. Da allora, non si fida più di nessuno. Una volontaria sussurra: “Alle volte basta ascoltarli. Si accontentano dell’amore”.

Giuseppe si arrabbia: “Abbiamo dormitori, ricoveri, soluzioni d’emergenza che tamponano. Ma chi si fa carico di rimettere in carreggiata le esistenze perdute”. E chi mai potrebbe nella città dei vuoti a perdere? Il viaggio, intanto, è finito. Si torna a casa, al calduccio, nella città che vela gli occhi sorridenti dei bambini.

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