PALERMO – Il processo tornava dalla Cassazione, nell’appello bis c’è un solo assolto tra i sette imputati coinvolti nel blitz Maredolce 2 del 2019 contro la mafia di Brancaccio.
Le posizioni degli imputati
La Corte di appello presieduta da Vittorio Anania ha assolto Carlo Testa, assistito dall’avvocato Vincenzo Giambruno, che in primo grado era stato condannato a 4 anni e 6 mesi per estorsione aggravata.
L’accusa di estorsione cade pure nei confronti di Pietro Di Marzo e Patrizio Militello, ma reggono le altre contestazioni. Le pene sono state rispettivamente ridotte a 11 e 4 mesi per Di Marzo e a 10 e 8 mesi per Militello. Sono assistiti l’avvocato Debora Speciale.
Sconto di pena al boss Luigi Scimò (da 22 anni e 10 mesi passa a 20 e 4 mesi in continuazione con una precedente condanna), e a Lorenzo Mineo, a cui sono stati inflitti 6 anni e 8 mesi (erano stati 8 anni nel primo processo di appello). Le condanne confermate riguardano Pietro Luisi, che ha avuto 4 anni e 4 mesi, ed Enrico Urso (2 anni, pena sospesa).
Mafia a Brancaccio, il “nuovo capo”
Pietro Tagliavia, arrestato nel 2017, avrebbe passato il bastone del comando a Luigi Scimò, che a Brancaccio tutti chiamano Fabio. Quando Scimò fu scarcerato nel 2014 Tagliavia diede subito incarico a un suo uomo di mettersi a sua disposizione, di fargli sentire la vicinanza della famiglia.
E c’era sempre Scimò, così ha raccontato il pentito Salvatore Sollima, fra i presenti ad una riunione convocata nel 2015, fra i boss di Bagheria e quelli di Brancaccio per mettere a posto delicate questioni di confine. I bagheresi si presentarono armati fino ai denti, ma non fu necessario usare le pistole calibro 38 e 7.65 che si erano portati dietro.

