Palermo, i falsi denunciati del chirurgo Caronia: caso archiviato

Le denunce del chirurgo Caronia sui falsi in sala operatoria: caso archiviato

L'indagine riguardava un reparto dell'ospedale Civico

PALERMO – Il caso è chiuso. Il giudice Salvatore Flaccovio della terza sezione penale del Tribunale ha archiviato l’inchiesta sui presunti falsi in sala operatoria all’ospedale Civico di Palermo. L’indagine nasceva dalle denunce del chirurgo toracico Francesco Caronia che ha anche subito un procedimento disciplinare culminato nella sospensione dello stipendio per sei mesi.

Non era autorizzato ad avere rapporti con i media che si sono interessati al caso. Caronia aveva parlato di interventi eseguiti male con la più nefasta delle conseguenze: la morte di alcuni pazienti.

Le conclusioni della Commissione

Nei mesi scorsi una commissione straordinaria di esperti, voluta dall’assessorato regionale alla Sanità, ha stabilito che “relativamente ai casi clinici attenzionati dagli organi di stampa a seguito delle dichiarazioni del dottor Caronia questa commissione non rileva profili di censurabilità sull’attività espletata dall’unità operativa di Chirurgia toracica”.

Caronia dal 2022 ha presentato otto esposti esposti alla magistratura parlando di “morti sospette” causate da “errori grossolani” in sala operatoria, ma anche irregolarità nel concorso per primario nel quale gli fu preferito Librizzi (anche per questa vicenda c’è la richiesta di archiviazione della Procura) e falsi nelle cartelle. Dopo le denunce in Procura il chirurgo si è rivolto al deputato regionale Ismaele La Vardera e la vicenda ha avuto una risonanza nazionale.

Le registrazioni dei medici

Caronia ha consegnato al politico e ai pubblici ministeri le registrazioni delle conversazioni con i colleghi del reparto. Alcuni passaggi erano inquietanti e per questo è ancora in corso un’inchiesta della Procura che si è mossa parallelamente, ma con tempi diversi, ai commissari.

Tra i casi denunciati c’era quello di una donna di 37 anni morta per le complicazioni dopo un intervento in anestesia totale che, secondo Caronia, non doveva essere fatto. “Non doveva essere operata, dovevi puntare i pugni con l’anestesista per non farla addormentare”, diceva Caronia al primario Damiano Librizzi. “Ah, sì sì, questa è la mia angoscia”, rispondeva il primario. “Tu non la dovevi addormentare… la facciamo in locale perché la paziente muore… minchia e muriu, scusate la volgarità… a 37 anni, non è… e siamo fortunati che non ci ha denunciato, siamo fortunatissimi”, aggiungeva Caronia.

“… è arrivata troppo lunga… abbiamo tra virgolette con un minimo e un pizzico di malizia e malignità giocato sul fatto che la donna più volte ci disse che stava ritardando – aggiungeva un collega di Caronia al Civico – perché aveva paura di fare diagnosi e lì su questo ci abbiamo marciato, è chiaro che lì l’errore è stato nostro”.

Decesso causato dalla patologia

I medici della commissione hanno, però, scritto che la causa del decesso è “identificabile con le complicanze connesse alla podologia neoplastica”. La giovane mamma aveva un linfoma di hodgkin che non poteva essere curato. Sulla questione dell’anestesia, si leggeva ancora nella relazione: “Riteniamo di poter condividere la scelta posta in essere in occasione della biopsia chirurgica incisionale” (in anestesia generale ndr) sebbene la valutazione richieda l’ausilio di uno specialista in anestesia”.

Il caso dei falsi

Parallelamente Caronia aveva anche denunciato una sfilza di presunti falsi nei registri operatori e nelle schede di dimissioni ospedaliere. Secondo il chirurgo, in 270 occasioni, tra il 2021 e il 2023, i suoi colleghi del Civico avrebbero mentito.

Sia i pubblici ministeri che il giudice per le indagini preliminari avevano ritenuto che non fossero state commesse “condotte penalmente rilevanti”. Il medico si era opposto, ma secondo il Gip non aveva titolo per farlo. Solo il Civico, e non il chirurgo, andava considerata parte lesa. Gli avvocati Elena Gallo e Gianluca Calafiore hanno fatto ricorso ai supremi giudici: ritenevano che Caronia fosse parte lesa perché c’è la sua firma sulle cartella cliniche il cui contenuto diverge dalle scheda di dimissioni firmate (e secondo lui, falsificate) dai colleghi.

La Cassazione ha stabilito che andava presentato un reclamo e non un ricorso. Per il principio di salvaguardia dei mezzi di impugnazione, però, la Cassazione ha rimandato la valutazione al Tribunale monocratico. E siamo così giunti all’odierna archiviazione.

Cosa scrive il giudice

Secondo il giudice Falccovio, Caronia non è ritenuto il soggetto sul quale sarebbe un ricaduti in modo immediato e diretto gli effetti dei falsi. Non è persona offesa.

“Le falsità prospettate – si legge nel provvedimento – anche laddove fossero state effettivamente accettate non avrebbe inciso direttamente nella sfera giuridica del singolo medico di riferimento“.

L’inchiesta è stata archiviata per sedici indagati: dal primario Damiano Librizzi al direttore sanitario Salvatore Requirez, passando per altri chirurghi e medici specializzandi. Erano assistiti, tra gli altri, dagli avvocati Tommaso De Lisi, Elvira Rusciano, Massimo Motisi, Marcello Montalbano e Luciano Termini.

Nell’archiviazione il Gip Marco Gaeta scriveva: “Nel merito sono condivisibili le considerazioni del pubblico ministero, fondate anche sulle dichiarazioni di alcuni indagati in sede di interrogatorio, dalle quali è emersa o l’insussistenza del fatto, per la correttezza o non evidente scorrettezza dei codici di intervento indicati, o, comunque, l’assenza del necessario elemento soggettivo”.

Le denunce del chirurgo

Nella maggior parte dei casi, secondo Caronia, i colleghi (medici strutturati e specializzandi) nelle schede di dimissioni avrebbero indicato falsamente un codice (“asportazione o demolizione di lesione della parete toracica”), rispetto a quello reale (“altra asportazione di tessuti molli”). In altre circostanze nella diagnosi si parlava di “tumori maligni secondari del polmone” quando invece sarebbe stato giusto registrare i casi alla voce “altre malattie polmonare “.

Il pm Antonio Carchietti aveva concluso che “le falsità contestate sono apparse distanti dalla configurazione di condotte penalmente rilevanti”.

Manca il movente della falsificazione: “Nessun vantaggio economico quantificabile ed in ogni caso in grado di conferire reali utilità all’Unità operativa di Chirurgia toracica; nessun profilo ulteriore e diverso che si connoti per rilevanza patrimoniale o per prospettabili utilità idonee a valicare la dimensione nebulosa del maggior prestigio professionale; nessuna diretta utilità in capo agli indagati”.

Prima il pm e poi il Gip dissero che il caso andava chiuso: “L’insieme dei dati acquisiti induce, pertanto, a ritenere che non in non infrequenti casi, sia dubbia la scorrettezza della opzione per il codice formalizzato. Ma in ogni caso, anche a fronte del ricorso a codici ritenibili non corretti, non si ravvisa alcun profilo sintomatico del dolo del falso in capo ai medici ed agli operatori sottoposti ad indagine”. Ora la nuova archiviazione dopo che la Cassazione aveva imposto una nuova valutazione.


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