PALERMO – “Minchia attummuliammu”, disse Leonardo Onofrio un giorno di maggio dell’anno scorso quando scoprì di essere braccato. I poliziotti della squadra mobile avevano piazzato telecamere e microspie nella camera mortuaria dell’ospedale Cervello di Palermo.
Come nasce l’inchiesta
Bisogna fare un passo indietro. “Eh, Marcè, là al Cervello, s’impostarono come a voi altri, come organizzazione cose… si impostarono come a voi altri, si impostarono, belli sistemati, richiesta, tutte cose…”, diceva l’impresario funebre Francesco Trinca a Marcello Gargano, dipendente della camera mortuaria del Policlinico, entrambi indagati nel primo troncone dell’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica.
Dal Policlinico al Cervello
Una frase che ha aperto un nuovo filone investigativo. Nel cellulare di Trinca c’era traccia di decine di contatti con Vincenzo Romano, dipendente del Cervello. Pure lui è stato arrestato (tutti ai domiciliari) per corruzione assieme a Leonardo Onofrio e Giuseppe Suriano. L’interesse investigativo si è così spostato in un altro ospedale della città.
Secondo la Procura, i tre indagati avrebbero organizzato un’associazione a delinquere. In cambio di soldi – da 20 a 500 euro – avrebbero accelerato le pratiche per la cura e il rilascio di salme di deceduti in ospedale, anche quando mancavano le autorizzazioni comunali. In alcune occasioni i dipendenti dell’obitorio, sempre dietro compenso economico, avrebbero favorito alcune imprese funebri suggerendone il nome ai parenti dei defunti. Sono una trentina i titolari che avrebbero sborsato il denaro. Anche sui di loro è in corso una valutazione.
Mafia e funerali
Il sistema è radicato, le camere mortuarie diventano terreno di caccia. Qualche anno fa si scoprì che la mafia organizzava dei turni negli obitori per convincere i parenti dei defunti a scegliere le agenzie funebri di riferimento dei boss, da Resuttana a Porta Nuova.
Il dolore per la perdita di una persona cara fa abbassare le difese. I familiari diventano un bersaglio facile. All’ospedale Villa Sofia i boss incassavano dalle agenzie il pizzo su ogni funerale.
L’inchiesta non è chiusa. Su altri indagati pende una richiesta di arresto che il giudice per le indagini preliminari scioglierà dopo gli interrogatori preventivi.
Microspie all’obitorio
Telecamere e microspie hanno filmato e registrato la spartizione dei soldi ricevuti dai titolari delle onoranze funebri: “No, questi tuoi sono…”; “a questi sono i miei?… a Giuseppe glieli hai messi di lato?”; “Giusè, io ho fatto cinquanta euro l’uno, quindi… quando noi… dobbiamo garantirci l’uno con l’altro”.
Un giorno di maggio gli addetti alle pulizie si accorsero delle telecamere piazzate davanti alla camera mortuaria e dei microfoni per le intercettazioni ambientali. A quel punto Onofrio predicava prudenza: “… qua dentro non dobbiamo parlare completamente… di cose normali…”. Temeva la convocazione dell’autorità giudiziaria: “Ci chiameranno Leo… ora se ne sono accorti”.
Anche in altre conversazioni emergeva preoccupazione fra i dipendenti che lavorano in obitorio: “… là dentro però immagini non ce n’è?”; “ma questo lo dice lui sono microfoni?… secondo me i microfoni là dentro boh, secondo me solo le telecamere”; “… io problemi non ne ho… il problema è che lì dentro noi prendiamo i piccioli”; “… l’importante è che non si può dimostrare che noi chiediamo…”.
Rischio inquinamento probatorio
Infine concordavano su come agire nel caso in cui fossero stati convocati: “Quando vengono a casa non vi spaventavate perché… o vengono in nottata e ti vengono a prelevare o ti portano in commissariato oppure ti arriva la lettera di convocazione… quindi l’importante… che svuotiamo la chat tutti… eventualmente dico… la vostra deve essere tutta unica… è inutile che diciamo che soldi non ne abbiamo presi…”; “Sì, ci hanno fatto la ‘regalia… vero. Ma quelli per il caffè… oppure ci hanno detto: mi dai una mano a vestirlo, una mano a caricarlo e noi l’abbiamo fatto… e poi a loro buon cuore… dice: dobbiamo dare tutti la stessa versione”.
Sono stati proprio questi ultimi passaggi delle conversazioni fra gli addetti all’obitorio a fare emergere il rischio di inquinamento probatorio, una delle condizione che consente di applicare subito una misura cautelare senza prima passare dagli interrogatori preventivi a cui saranno sottoposti altri indagati.

