Arrivano tardi i consiglieri comunali che hanno occupato Sala delle Lapidi per puntare il dito contro il centrodestra. Avrebbero dovuto incatenarsi ai banchi, ma prima. Per ogni bara finita a marcire al sole sotto il tendone del cimitero dei Rotoli. Per ogni marciapiede scassato (e sono tanti). Per ogni fetido cassonetto mai pulito. Per ogni frammento dello sfascio che ha reso Palermo invivibile, inguardabile e oscena. E anche quelli dell’altra parte farebbero meglio a tacere. Pure a causa loro la mortificazione di una città è l’offesa che ogni palermitano subisce quando esce da casa. Hanno, spesso, preferito indicare un bersaglio politico nel sindaco, piuttosto che cercare soluzioni vere per la collettività.
Il tramonto dell’Orlandismo non offre semplicemente la prova del declino del suo protagonista, cioè Leoluca Orlando, nell’evidente incapacità amministrativa di fare le cose, oltre le suggestioni. C’è pure l’ignavia di un’intera classe politica che si è dimostrata inadeguata al compito. E non mancano i patrioti palermitani, le persone impegnate, i sinceri e sospinti da un autentico spirito civico. Ma è l’insieme che tratteggia il ritratto di una deriva.
Palermo va, infatti, tranquillamente e disperatamente alla deriva, mentre orlandiani e anti-orlandiani si preparano alla stagione finale della serie, con una puntata elettorale che, forse, rianimerà i flebili ascolti delle puntate precedenti. Ecco perché l’ennesimo duello tra gli occupanti e i sarcastici passerà inosservato, alla stregua dell’ennesimo gioco inutile di Palazzo, comunque vada a finire. Meglio cambiare canale.

