Palermo e la cultura. Palermo e i suoi marciapiedi sgarrupati come le strade. Palermo e il suo sindaco perennemente regnante, con annesse e stucchevoli attribuzioni di colpe ingiuste o di santità impossibili, secondo gradimento. Palermo e la bellezza che ha saputo conquistare. Palermo che ha tradito spesso le sue conquiste. Ecco la tela della nostra normalità.
Poi arriva un pugno che sbuca da un retroscena invisibile e colpisce un giornalista, un uomo buono, mite e sensibile, un amante di ciò che è sacro che pensava, forse, che bastasse la sua mitezza a salvarlo dal male. E la tela si strappa. E Palermo diventa, nella fotocopia dei titoli e dei commenti, violentissima per definizione. E ti senti smarrito, tanto da domandarti e da domandare: è davvero così?
Lo scrittore Roberto Alajmo, nel suo blog, come è suo costume, ha preso la questione di petto: “Quando è una persona che conosci a finire in coma hai la netta sensazione che sparino sempre più vicino. E’ in occasioni del genere che viene voglia di cedere alla tentazione della geremiade sulla città violenta, con tutto il suo portato di pessimismo (…) Non aiuta la contrapposizione frontale di due visioni diametralmente, ottusamente, pregiudizialmente opposte. Da una parte tutto è rosa, dall’altra tutto è nero. Il carattere identitario di Palermo si ritrova piuttosto in tutte le tonalità che intercorrono. ‘Questa piccola madre possiede artigli molto affilati’, scriveva Kafka tenendo nella stessa frase vezzeggiativo e sadismo. E parlava di Praga: figuriamoci Palermo”. Ben scavato. Specialmente quando c’è una vita in gioco – ma sarebbe una buona regola comunque – è poco rispettoso buttarla in politica, ridurre tutto al chiacchiericcio di interessate descrizioni del mondo. E allora?
“E allora – si spiega Vito Discrede che di violenza, suo malgrado, se ne intende, per avere subito l’omicidio di suo fratello Daniele – cerchiamo di capire cosa sta accadendo, ma sul serio. Io penso che ci sia da compiere un’operazione culturale profonda e quelli che amano questa città devono avere più coraggio. Non dobbiamo più girare la testa, ma renderci conto della realtà e provare a cambiarla. La violenza c’è ormai dappertutto, io viaggio per lavoro, non solo a Palermo e ognuno ha la responsabilità di rintracciare gli elementi per contrastarla e reagire”. Parole preziose. Pronunciate da chi, pur non smettendo mai di piangere, nutre e coltiva una speranza a caro prezzo.
Nuccio Vara, giornalista di vasta esperienza, direttore di ‘Poliedro’, la rivista dell’arcidiocesi, commenta: “Palermo è sempre stata una città con tratti violenti, oggi meno presenti che in passato e tuttavia resistenti. Ci sono cose narrate come progresso che magari non lo sono e penso alla movida con i giovani sparsi nei vari pub, la notte, in un contesto spesso senza regole. Ecco, non è questa l’innovazione di cui abbiamo bisogno. Sarebbe necessaria una vera rivoluzione culturale che insegni i valori e il rispetto”.
Matteo Di Gesù, professore, scrittore, non vuole – e fa bene – buttarla nel qualunquismo: “Non mi interessano le fazioni politiche in campo – dice –. La violenza non ha mai smesso di attraversare Palermo, anche se è in atto un processo virtuoso. Però ci sono comportamenti regressivi, è inutile negarlo. Abbiamo rimosso dal dibattito la questione della crisi economica e invece dovremmo occuparci del disagio, aprire uno spazio di riflessione sull’abbandono di certi quartieri. Non ne faccio una polemica con l’amministrazione che, a mio giudizio, sta operando bene, ma il racconto del continuo rinascimento di Palermo, dire sempre che è tutto meraviglioso e bellissimo, dovrebbe conoscere un momento di astensione per capire dove e come intervenire meglio”.
Palermo e le sue voci, ora timide, ora più robuste, che non sanno rassegnarsi. Palermo e i suoi sogni in chiaroscuro, tra pozzanghere e palazzi. E poi arriva un pugno che mette al tappeto la certezza della pace finalmente raggiunta. Forse siamo già in guerra. Forse – ha ragione Vito Discrede – non è più il momento di nascondersi, di girare la testa.

