Pietro Grasso il sopravvissuto

Grasso, la forza di un sopravvissuto

Ritratto dell'ex giudice a latere, nel giorno del maxiprocesso
IL MAXI-PROCESSO
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Con il rispetto dovuto per una figura di primo piano della Repubblica, ma senza tacere i tratti, alle volte ispidi, di un percorso, il quesito non è peregrino, perché siamo in un ambito pubblico e storico, nello scoccare tondo di un anniversario.

Eccolo: quale può apparire a chi scruti le pagine degli eventi, il ritratto del presidente Pietro Grasso, giudice a latere del maxiprocesso di Palermo di cui ricorre il quarantennale? Parliamo del protagonista di una carriera nelle istituzioni, culminata con la Presidenza del Senato.

Domanda non oziosa, appunto. La figura di Pietro (Piero per i più vicini) Grasso ci riguarda, ci descrive, ci definisce, nel rapporto tra lui, personaggio ormai della storia, e noi che abbiamo attraversato, grossomodo, la stessa epoca.

Ai tempi della scuola…

C’è una sfumatura lontanissima e insospettabile che mi riporta, a sua insaputa, al presidente Grasso: risale ai tempi della scuola. Cose vissute quasi privatamente, ma che possono avere un senso.

Suo figlio frequentava il liceo ‘Meli’, a Palermo. Era alunno di mio padre, professore di Italiano e Latino al corso B. Siamo alla fine degli anni Ottanta.

Ogni tanto, il presidente Grasso si presentava fra i banchi al consueto ricevimento con i professori. Nel successivo resoconto familiare spiccava, con un’eco di stima, l’assoluta normalità di quei colloqui.

Nonostante fosse, già allora, un magistrato importante, Grasso si comportava semplicemente come un genitore degli anni andati, desideroso di confrontarsi con un docente, chiedendo attenzione e rigore.

Un atteggiamento estraneo agli usi di mondo. Senza mai un sopracciglio minimamente inarcato. Senza l’odore lontano di un ‘lei sa perfettamente chi sono io’. Una condotta sovrapponibile a una dimensione sobria di se stessi.

Che indicazione generale si può abbozzare? Forse l’abitudine alla semplicità del dovere, a non mettersi personalmente in risalto in nome di una carica, porgendo l’immaginario biglietto da visita del ruolo. Una primaria attitudine a considerarsi ‘oggetto’ e non ‘soggetto’.

Piero Grasso

Inciampi e polemiche

In un vasto cursus honorum non mancano mai i sussulti. La diatriba più nota è quella tra il Grassismo e il Casellismo, categorie immaginate mediaticamente e, almeno nel titolo, non attribuibili a Pietro Grasso e Giancarlo Caselli, come estensione diretta. Una vicenda lunghissima e complessa. A suo modo, un manuale dei contrasti nell’antimafia. Rimandiamo, per acquisire materiale, alla descrizione di Gaetano Savatteri su LiveSicilia.it

Lo scorso 23 maggio, è divampata la polemica per l’anniversario della strage di Capaci. Il minuto di silenzio per onorare i martiri di Cosa nostra, all’Albero Falcone, risuonò in anticipo, con la lettura dei nomi delle vittime.

L’interpretazione avversa sostenne che era stata una scelta, per evitare il sovrapporsi del corteo in arrivo. La Fondazione Falcone minimizzò, riferendosi a un mero errore materiale. Lo stesso Grasso respinse, indignato, le accuse di strumentalizzazione.

Un inciampo, comunque lo si valuti. Altro capitolo della manualistica di un’antimafia perennemente divisa.

Un servitore dello Stato

Nella rifrazione di pareri contrapposti, di antipatie e simpatie, nessuno può negare al presidente Grasso la qualifica di servitore dello Stato, già, almeno, da quel lontano 1986. Ci vuole un ideale più alto della propria esistenza per affrontare Cosa nostra, in un processo memorabile.

Un riconoscimento valido per gli attori di quel maxi, impegnati contro la peste siciliana, senza nemmeno il conforto del vaccino – successivamente sopraggiunto – di una massiccia consapevolezza. C’erano lettori di giornali puntualissimi nel lamentarsi per le sirene delle auto di scorta, mentre a Palermo si uccideva.

Non fu semplice imporre l’attenzione sulla mafia all’indifferenza di una città sottomessa a una pigra convivenza. La Primavera di Leoluca Orlando e il maxi-processo risultarono decisivi nel ribaltare un paradigma. Solo gli studenti capirono subito. Ma c’è voluto coraggio.

La forza di un sopravvissuto

Come ci vuole coerenza nella rappresentanza dell’identità di un grande ‘sopravvissuto’ qual è l’ex giudice a latere. Sopravvissuto è una parola biforcuta in Sicilia, utilizzata per descrivere una biografia o insinuare l’atroce veleno del serpente: se non sei vittima, non sei abbastanza eroe.

Grasso è sopravvissuto, da eroe vivente, ai colleghi caduti sul campo, agli amici, nella condivisione di una lotta che, per scosse alterne, alcuni ha eliminato fisicamente, altri ha risparmiato, pur di pochissimo. Tanti, comunque, sono stati più o meno gravemente colpiti.

Sopravvissuto pure alla morte della tenace compagna di una vita, la professoressa Maria Fedele, venuta a mancare nell’aprile del 2025. Per i sopravvissuti il passato è un paramento sacro. Quando Pietro Grasso tira fuori dalla tasca l’accendino “del mio amico Giovanni” non esercita un rito della retorica, santifica un ricordo, dandogli respiro.

Ci vuole un’ampia consapevolezza di ciò che è stato per continuare a sorridere, a incontrare i più giovani, per raccontargli il valore di una guerra vinta a carissimo prezzo. Serve una tempra particolare, con la luce di quell’accendino in tasca, insieme a tutto il resto.

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