PALERMO – Non si sono mai amati politicamente, anche quando sembravano in sintonia, per molte ragioni. Uno è il padre, l’altro è il figlio che freudianamente (e sempre politicamente) cerca di ucciderlo. Uno è un democristiano di sinistra che sa navigare e ha navigato nelle acque tempestose di parecchi compromessi storici, l’altro è un comunista, convinto della radicalità delle ideologie. Uno è un aristocratico perbene con un curriculum che arriva fino in Germania, l’altro è un onesto figlio del popolo che vide suo nonno piangere a dirotto – e piange ancora nel ricordarlo – il giorno in cui ammazzarono il compagno Pio La Torre.
No, non si amano il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e l’assessore Giusto Catania. E, quando possono, tentando di non farsi beccare, si scambiano calcetti negli stinchi. Sulla Ztl notturna, per esempio, ultima puntata del ‘ciaffico’. Stavolta ha vinto Luca, rimandando, grazie all’opera mediatrice di Giambrone, l’esperimento al 10 gennaio. E Giusto che avrebbe voluto velocizzare a manetta? Niet.
Magari c’entrerà pure la contingenza delle prossime comunali del 2022. Il ‘vecchio’, che non potrà candidarsi, ma che verosimilmente tenterà di favorire un suo pupillo, non vuole concedere successi al ‘giovane’ che un pensierino alla poltrona più in alto di Palazzo delle Aquile, chissà, lo starà tessendo, se si osserva solo quella zona del campo. Tuttavia, il contrasto è più profondo. Sono due mondi lontanissimi che mimano concordia e si lanciano il guanto di sfida. Oltretutto, Leoluca, il sindaco, è un primattore che mal sopporta coprotagonisti o affini saliti troppo velocemente alla ribalta.
Così, quando colui che ‘lo sa fare’ vinse la sfida del 2017, con lo slogan suadente del cambiamento nella continuità, escluse dalla giunta proprio l’ex assessore barbuto alla Mobilità, criticato o venerato per le sue scelte drastiche.
E su Facebook apparve la seguente reprimenda: “Non continueremo a fare gli assessori al Comune di Palermo, malgrado la vittoria di Leoluca Orlando, l’eccezionale risultato elettorale di Sinistra Comune e l’ottima affermazione personale che ha consentito la nostra elezione al Consiglio comunale. (…) Così si rischia di trascurare il governo reale della città. Noi continueremo a lavorare, con grande entusiasmo e rinnovato impegno, in Consiglio comunale affinché rimanga in vita “l’anomalia Palermo”. Ci adopereremo per continuare il cambio culturale nella città e per garantire che le “scelte anti-sistema” e le visioni lungimiranti, praticate in questi ultimi cinque anni, non siano sacrificate sull’altare della realpolitik…”. Firmato: Giusto Catania e Barbara Evola.
Successivamente, ecco la scaramuccia con la presentazione della candidatura della stessa Evola alla presidenza del Consiglio comunale. La fronda rientrò e fu nominato Totò Orlando. E anche l’ex ribelle rientrò nel novero della giunta. Eppure, il calumet di una pace definitiva non è stato mai fumato. Il dissidio appare incardinato nella politica delle teorie e delle prassi, ma, in realtà, c’è un groviglio identitario e culturale a rendere simile a una disfida ciò che qualcuno potrebbe scambiare per un amore solo un po’ litigarello.
Ed è appunto la ‘visione’, mantra di una presunta catarsi panormitana, a separare quei mondi lontanissimi. Ciò che per Leoluca è metodo, o stratagemma, di governo, tra le difficoltà dell’oggi e gli spiragli del futuro, per Giusto è una lavagna che si divide, insindacabilmente, tra buoni e cattivi.
Non a caso, fu proprio lui a rivendicare in una intervista con LiveSicilia.it: “Orlando per sette anni ha innescato un cambiamento straordinario che ha rimesso in moto energia ed entusiasmo. Però, ha commesso un errore, il più grande: quello di credere che il cambiamento prodotto fosse irreversibile. Purtroppo, dopo, tutto è stato cancellato con un colpo di spugna. Nel 2012 abbiamo ripreso una città complicata che era tornata indietro, al Novanta, addirittura. E io sono legittimamente preoccupato. Dal 2012 a oggi abbiamo inanellato cinque anni bellissimi, costellati di successi: la Capitale della cultura, ‘Manifesta’, il tram… La mia preoccupazione è che si ripeta lo stesso errore. Dobbiamo rendere irreversibile il cambiamento. Adesso, c’è come un appannamento di visione e si deve capire dove stiamo andando”.
Per poi aggiungere: “Un sindaco Catania a Palermo? Sarebbe divertente”. Però, forse, non stava scherzando.

