Palermo, prete accusa i confratelli: "Maltrattato e diffamato"

Palermo, ‘guerra’ legale fra preti: “Io maltrattato e diffamato”

In corso due processi. I fatti all'interno di un'antica congregazione
I PROCESSI
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PALERMO – È diventata la battaglia legale di un prete contro i suoi ex confratelli e superiori. Un sacerdote è parte offesa in due processi. Nel primo caso sarebbe stato vittima di maltrattamenti in famiglia e nel secondo di diffamazione.

La comunità religiosa viene di fatto equiparata ad una famiglia. Si tratta della congregazione San Filippo Neri di piazza Olivella, a Palermo. Il vice parroco Giuseppe Schiera e il padre superiore Adriano Castagna sono sotto processo per una brutta storia che avrebbe avuto per sfortunato protagonista un giovane sacerdote poco più che trentenne.

Nei suoi confronti i due “superiori” avrebbero rivolto frasi offensive: “Porco”, “fai schifo”, “ci hai rotto la m…”, “ti scippo la testa”. Il solo Schiera una volta gli avrebbe mollato due ceffoni. Era nata una discussione con un seminarista. Il clima si era surriscaldato e il padre superiore ritenne opportuno usare la maniere forti per ristabilire ordine e disciplina.

E poi c’è l’altra vicenda che vede imputato un altro confratello, Corrado Sedda. Dal suo telefonino partirono due messaggi. Scriveva, senza farne il nome, della vicenda del sacerdote, richiamando la storia, vera, delle vicissitudini giudiziarie del fratello del giovane prete, arrestato con l’accusa di fare parte di un’organizzazione che spacciava droga.

I tre imputati sono difesi dall’avvocato Dario D’Agostino. La tesi del legale è che il giovane sacerdote mal digerisse le rigide regole della congregazione e che non fosse vittima di alcun maltrattamento. A meno che tra i maltrattamenti – sostiene il legale – non vengano annoverati anche i turni di pulizia straordinaria nei grandi locali della congregazione.

Di questo ha parlato ieri un confratello citato come testimone. Ha iniziato a piangere in aula, dicendo che la vicenda lo ha molto colpito, tanto che il Tribunale ha deciso di proseguire l’udienza a porte chiuse. Il legale degli imputati gli ha chiesto come mai, alla luce dei maltrattamenti che appesantivano il clima della congregazione, il giovane confratello avesse chiesto di entrarne a farne parte e poi di restarci. Risposta: “Lo deve chiedere a Gesù”, richiamando l’idea che sia il Signore a tracciare la via che seguono gli uomini.

Nessuno dei protagonisti della vicenda si trova più a Palermo. Gli imputati hanno scelto di andare a Cava dei Tirreni, mentre il giovane è in una parrocchia in provincia di Palermo.


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Commenti

    sia fatta la volonta’ di dio.

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