Palermo, degrado e violenza: alle origini del caso Zen

Case occupate da abusivi, non pagano luce e acqua. Alle origini del caso Zen

I numeri contenuti in un documento dello Iacp

PALERMO – L’ultimo blitz è del 22 gennaio scorso. Poliziotti e carabinieri hanno setacciato lo Zen in cerca di armi e droga. Un tentativo di rispondere con la repressione al degrado e alla violenza che dalla Zona Espansione Nord si è spostata verso il centro di Palermo.

L’arresto di giovani dello Zen per la strage di Monreale e per l’omicidio di Paolo Taormina, i colpi di arma da fuoco contro la parrocchia hanno creato allarme sociale. Lo Zen è una polveriera. In realtà lo è da anni.

L’ultima fotografia ufficiale sul quartiere fu scattata nel giugno 2021 dall’allora direttore generale dello Iacp Vincenzo Pupillo. Un mese dopo fu allontanato con un anno di anticipo rispetto alla scadenza dell’incarico. Nel provvedimento si faceva riferimento al venir meno del rapporto di fiducia fra l’amministrazione e il direttore che era stato comandato dalla Regione siciliana.

Pupillo nel 2024 è stato risarcito per un licenziamento che il giudice del lavoro ha ritenuto illegittimo. Lo Iacp ha fatto ricorso in appello e la prima udienza è fissata a marzo. Di Pupillo, oggi in pensione, si ricordano alcune battaglie. Dal blocco delle consulenze legali esterne parecchio onerose (circa 400 mila euro) alla questione delle morosità dei consumi idrici degli inquilini delle case popolari dello Zen. Con un decreto ingiuntivo, l’Amap ottenne una cifra milionaria. Nessuno all’Istituto aveva deciso di impugnare la decisione divenuta definitiva. Ed invece, secondo Pupillo, l’Istituto non aveva alcun debito.

Sullo sfondo della questione dibattuta davanti al giudice del lavoro resta la fotografia dello Zen scattata nel 2021. Dagli anni Ottanta migliaia di famiglie non pagano né l’affitto, né i consumi di acqua. Mancano persino le volture dei contatori mai attivati da chi ha occupato abusivamente le case.

Lo Iacp aveva un progetto ambizioso a partire dal nome: “Progetto per la legalità in ambiti degradati della città di Palermo”. Lo Zen è un insediamento costruito tra il 1969 e il 1980. Vi abitano circa settemila persone. La costruzione dello Zen 2 risale agli anni ’70. I padiglioni progettati dall’architetto Vittorio Gregotti sono diventati simbolo di degrado ed emarginazione. In totale si tratta di 2.700 alloggi popolari, distribuiti in 17 insulae, per una popolazione di circa diecimila persone. I numeri non sono certi semplicemente perché l’abusivismo imperante rende inattendibile il calcolo.

Nell’aprile 2020 l’allora prefetto di Palermo Antonella De Miro con una nota ufficiale chiese allo Iacp quali misure fossero state adottate per il rione San Filippo Neri. Il solo cambio del nome, voluto da Leoluca Orlando, non poteva cambiare la sostanza delle cose.

Venne fuori un quadro sconfortante. Gli alloggi in cui vivono assegnatari regolari sono 700 (sono le prime vittime del degrado e molti provano a reagire), mille le richieste di sanatoria. Le restanti mille case? Non si sa da chi siano occupati. Il mercato nero lo hanno gestito i boss che si sono alternati alla guida della famiglia mafiosa che fa parte del mandamento di San Lorenzo. Per avere una casa c’è chi ha pagato anche 10 mila euro.

Negli anni ci sono stati parecchi rifiuti. Gente che ha preferito attendere lo scorrimento – fermo o quasi al palo – della graduatoria per gli alloggi popolati piuttosto che andare a vivere allo Zen. All’inizio qualcuno aveva pure denunciato di essersi allontanato da casa per diverse ragioni – dalle vacanze al ricovero in ospedale – e una volta rientrato aveva trovato la casa occupata da altri.

Il numero dei casi denunciati si è via via ridotto fino ad esaurirsi. Da qui l’ipotesi che i legittimi assegnatari abbiano preferito pagare un riscatto ai mammasantissima piuttosto che scegliere le vie legali. La mafia ha anche gestito la riscossione delle quote condominiali: 10 euro al mese per avere luce e acqua, allacciandosi abusivamente alle reti idrica ed elettrica.

Il direttore Pupillo non fece in tempo a mettere in pratica il progetto che prevedeva un punto chiave: accettare lo staus quo, ma solo dopo avere censito tutta la popolazione a cui non sarebbero stati chiesti per un anno soldi per locazione e i consumi. Dopo, però, sarebbero stati obbligati a stipulare contratti e ad iniziare a pagare. Un progetto ambizioso, dai risultati incerti. Poteva essere comunque un inizio. Oggi qualcosa sembra muoversi oltre alla fase repressiva. Il passaggio dalle parole ai fatti concreti resta un incognita. Le associazioni che operano nel quartiere hanno scritto una lettera nelle settimane scorse per dire che “di concretezza, in questi mesi, ne abbiamo vista davvero poca”.


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