Perché vi siete baciati?

Perché vi siete baciati?

Si sono baciati con affetto, dopo essersi incolpati di ogni nequizia. Ma, allora, perché si sono baciati?

La provocazione
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Non sappiamo chi fu a mimare il primo cenno. Sappiamo che l’agenzia Ansa ha descritto l’evento così (né, pare, giunsero smentite): “Un incontro casuale alla buvette di Palazzo dei Normanni, prima dell’attesa seduta parlamentare durante la quale il presidente della Regione lancerà l’appello per un patto sulle riforme, finisce con abbraccio e bacio tra il presidente Rosario Crocetta e il cuperliano Antonello Cracolici, protagonisti nelle ultime settimane di accese polemiche e accuse incrociate. Ad assistere alla scena giornalisti e alcuni deputati. Un gesto distensivo? Forse a livello personale, sul piano politico invece è tutto aperto”.

E che sia tutto aperto, nel senso del precipizio in cui la Sicilia sta sprofondando – abisso spalancato e vicino – appare evidente. Rimane il dubbio: perché si sono baciati? Non è stato forse  Antonello a proferire parole di fuoco contro il governatore? Non è proprio Rosario colui che considera il suddetto Cracolici alla stregua di un acaro invitato ai lavori di un convegno di allergologia? E allora perché si baciano? La domanda non sembri irrilevante. Investe la sincerità degli attori, personaggi pubblici, onorevoli, politici e presidenti che hanno in mano il futuro dei siciliani. Chi assume un tale peso deve rendere conto di ogni sua azione, sottomettendosi allo specchio dell’opinione generale, secondo un registro di coerenza.

Se io penso di chicchessia il peggio possibile, se gli imputo il disastro colposo, la rovina di una terra, se non perdo occasione di inchiodarlo con frasi roventi di polemica, non lo bacerò davanti a un caffè. Lo saluterò per Galateo. Gli stringerò la mano con sobrietà nel caso di un incontro fortuito. Ma non lo bacerò. Se, d’altra parte, vesto i panni dell’uomo seduto sulla poltrona più alta, se incrocio spesso le lame con un acerrimo oppositore, nemmeno in quel caso apporrò le mie labbra sulle guance dell’avversario. Un saluto fugace e via: sarà il massimo per le auree regole dell’educazione.

Baciarsi, abbracciarsi, significa condividere, valutarsi da amici, da compagni, in sintonia. Oppure sottintendere una reciproca simpatia. O almeno non manifestarsi ostilità. Il baciuzzo ipocrita alla buvette è un manifesto lampante di uomini, cose e tempi. Potrà sembrare argomento residuale, invece siamo nel bandolo della matassa, nel rosso dell’uovo del nonsenso. I segni innocui racchiudono lo svelamento di un sistema. Si torna alla domanda focale: perché si sono baciati? Che tipo di comunicazione sussisteva nell’approccio salivare alla vigilia dell’ultimo dibattito-farsa dell’Ars, che ha visto Crocetta impegnarsi in una tirata da mattatore, tanto roboante quanto insignificante?

Ci sono diverse categorie di sbaciucchiamenti. Per citarne solo alcuni: c’è il bacio di Giuda (ti bacio perché voglio la tua morte). C’è il bacio-apostrofo rosa (nelle lettere d’amore). C’è il doppio bacio siciliano (nella variante cuffariana, un formidabile aggregatore di consensi). E c’è il bacio dell’appartenenza. Possiamo dividerci, combattere e scannarci. Tuttavia, siamo la stessa cosa. Apparteniamo allo stesso mondo. La guerra che ci muoveremo sarà atroce, crudele, senza esclusione di colpi, ma, alla fine, ritroveremo una composizione, nei gesti, se non nelle parole. Noi siamo l’aristocrazia. Noi ci siamo salvati.

Una narrazione paradossale parrebbe. Eppure, la politica siciliana è tutta una narrazione di paradossi, perché il racconto surrealista è l’unico spazio di movimento, in un contesto in cui non accade né può accadere nulla di diverso dal congelamento supremo che ci vede  spettatori. Non c’è soluzione. Il presidente della Regione è il primo protagonista narrativo di un universo fantasmagorico che annota, con un coreografico splendore di declamazioni, il trionfo di una rivoluzione legalitaria e decisiva, il bene che vince sul male. Peccato che si tratti di un’illusione, di una contraffazione in un paesaggio di spelonche e macerie. La maggioranza si racconta confusa in un tormento di salti in avanti e retromarce, al cospetto di Crocetta. Una compagnia comprimaria che ha dimenticato il copione e il significato del proprio esserci. L’opposizione è al centro di una scenografia demagogica, fatta di lampi, anatemi, cariche a sciabola sguainata, una drammaturgia che non offre soluzioni praticabili.

Nel palcoscenico-Sicilia, il regista assoluto, Rosario Crocetta da Gela, muove da maestro le carte fornite da un’autonomia ingessata, poiché conta sulla viltà di un’Assemblea che sbraita alla luna e non ha alcuna intenzione di ‘suicidarsi’, votando la sfiducia. Egli lo sa. Dunque, amministra lo sfascio, con temperamento da teatrante inarrivabile, abbarbicato al centro del palco, nel punto più illuminato dai riflettori. Narcisismo e pochezza stanno portando un popolo al dissolvimento, siamo all’atto decisivo, al compimento di una profezia di sciagure presidenziali.

Ma non è il caso di avere troppa paura dell’ignoto. Basta affidarsi allo stratagemma comico e involontario. Basta salvare la forma, la decalcomania. C’è sempre la quinta dell’Ars per organizzare uno spettacolo nuovo, come è successo per l’ultima rappresentazione, che doveva consistere nello snodo di una trama programmatica ed è sfociata in un grottesco show. C’è Antonello da abbracciare e baciare. Oggi. Domani chi sarà?

Sempre si abbraccia e si bacia chi è del nostro sangue, nella consanguineità di una casta che assume il vero volto del potere. Sempre si abbracceranno e si baceranno, bevendo caffè, deponendo sul tavolino le maschere corrucciate dello spettacolo di un minuto prima. C’è sempre c’è una buvette, un posto, un bar, per baciare. come Giuda, la Sicilia. Questa povera terra trafitta, ridotta a Cristo di pietà, nell’orto della sua rovina.

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