Quel killer silenzioso| chiamato solitudine

Quel killer silenzioso| chiamato solitudine

La solitudine, la malattia emergente del ventunesimo secolo, è una condizione negativa che varrebbe la pena analizzare in modo non superficiale.

Ci vorrebbe un amico, cantava il Venditti nazional-popolare. E aveva ragione. Sembra provato invece che il ben più blasonato titolo ‘Cent’anni di solitudine’ sia un ossimoro: da soli non si vive a lungo. Uno studio appena pubblicato dalla rivista ‘Perspectives on Psychological Science’, condotto su tre milioni di persone da un team di scienziati della Brigham Young University, dimostra che la solitudine nuoce gravemente alla salute, non meno di alcune condizioni patologiche gravi come l’obesità o l’alcolismo cronico. Mentre la rivoluzione digitale e la capillare diffusione di internet inducono a pensare che nessuno sia più solo, che anche a distanza si possano mantenere contatti con amici e parenti, dando la sensazione che, in qualche modo, si sia sempre ‘connessi’, la superficialità intrinseca alle nuove modalità di comunicazione svilisce il contatto emotivo e annacqua la profondità dei rapporti interpersonali. Trascorrere molte ore al giorno insieme a compagni virtuali fa sì che le medesime ore si passino, in realtà, perennemente da soli.

Condizione umana o sentimento? ‘La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni’, racconta il protagonista del classico generazionale di Hermann Hesse ‘Il lupo della steppa’, solitario per definizione; ‘era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri’. Ma la grandiosa bellezza del silenzio percepita da un lupo solitario è tale solo in quanto frutto di una scelta volontaria. E nonostante questo, l’anacoreta in un mondo nel quale non condivide con altri alcuna meta, evoca, con struggente rimpianto, una ‘impotente nostalgia di tepore’.

Se non si è soli consapevolmente, ma perché si viene ostracizzati dagli altri, l’animale sociale che è l’uomo potrebbe soffrirne fino a conseguenze estreme. Ma, a quanto pare, la solitudine aumenta la mortalità senza che vi siano differenze tra gli effetti di uno stato solitario voluto e quello subìto. Anche coloro, infatti, che sono artefici della propria condizione e ne sembrano appagati, sono soggetti ai medesimi rischi di chi viene abbandonato; inoltre, così come è noto che una pessima dieta, fumo, alcol e droghe siano fattori penalizzanti, sarà bene aver chiaro che l’isolamento sociale è altrettanto predittivo di morte. E il problema è serio perché stiamo vivendo al più alto tasso di solitudine mai registrato nella storia umana.

La solitudine appare, dunque, la malattia emergente del ventunesimo secolo: una condizione negativa che varrebbe la pena analizzare in modo non superficiale. Julianne Holt-Lunstad, coordinatrice della ricerca, ha dimostrato che in atto risulta minacciata la longevità delle nuove generazioni. Anche se gli anziani hanno maggiori probabilità di essere soli e un rischio di mortalità più elevato, la solitudine e l’isolamento sociale sono, in particolare, un predittore di morte prematura tra le persone di età inferiore ai 65 anni. Persino il ‘sentirsi soli’, anche quando è semplicemente una percezione personale, o la libera scelta di isolarsi dal consorzio umano, producono danni sull’organismo. A quanto pare, siamo giunti ai massimi livelli di solitudine di questo secolo, anzi, ai massimi livelli mondiali, ed è un dato che si riscontra in tutto il pianeta. Secondo la Prof. Holt-Lunstad, dobbiamo cominciare a considerare più seriamente l’importanza delle nostre relazioni sociali. Si è visto che la loro mancanza rappresenta un danno aggiunto per la salute, mentre l’esistenza di una rete affettiva provoca effetti positivi. In buona sostanza, le prescrizioni per vivere a lungo si riassumono nel motto ‘stai meno da solo’.

Già alcuni anni or sono, una ricerca dell’Università della California, pubblicata su ‘Archives of Internal Medicine’, riferiva che negli over 60 che si sentono soli il rischio di morte rispetto ai coetanei aumenta del 10 per cento. La sensazione di solitudine derivata dalla perdita di un compagno o dall’abbandono dei cari è fonte di stress, sofferenza e abbassamento della qualità della vita tali da condurre anche a una fine precoce. I ricercatori hanno esaminato la relazione tra la solitudine e il rischio di declino funzionale e di morte in uno studio su 1.604 anziani. Ai pazienti, dell’età media di 71 anni, che hanno riferito di sentirsi tagliati fuori, isolati o senza compagnia, è stato associato un aumentato rischio di morte, nell’arco di sei anni, del 22,8 per cento, rispetto al 14,2 per cento dei coetanei con maggiori relazioni affettive.

I ricercatori hanno segnalato che, in ogni caso, la solitudine è un sentimento negativo che pur se non avesse le implicazioni negative che ha per la salute, andrebbe indagato e trattato come problema sociale, e, in quanto connesso alla terza età, anche per gli aspetti relativi alla sanità pubblica. Studi come quelli citati, viste le nuove soglie della longevità umana, dovrebbero fungere da incentivo alla ricerca relativa alla connessione tra lo stare da soli e alcune malattie, se si considera che è emerso che vivere isolati potrebbe innalzare il rischio di morire del 50% rispetto a migliori condizioni esistenziali.

Insomma, più che la proverbiale mela, un amico al giorno toglie il medico di torno o, meglio allunga la vita. Circondarsi dell’affetto di amici e familiari è importante, e conviene sacrificarsi un po’ per realizzare l’armonia del nostro piccolo guscio protettivo; spesso la voglia di mandare gli altri a quel paese ci assale come l’alta marea, talvolta a ragione, ma una spiaggia solitaria più che romantica, specie verso sera, può rivelarsi inaspettatamente triste. Triste, non autoreferenzialmente malinconica: triste senza rimedio. Dare affetto è sempre la strategia più efficace per riceverne; a furia di abbaiare contro tutti, si udrà l’eco sperduta di quel latrare che rimbalza tra mura vuote. Amore, Amicizia, Affetto, sono le A maiuscole che ora scopriamo essere anche ingredienti dell’elisir di lunga vita. Socializzare, provare simpatia per gli altri nel senso greco del termine sun-pàthein, condividere il pathos,  ovvero condividere la totalità dell’esperienza esistenziale, spesso più dolente che lieta, è la chiave della longevità: secondo i dati forniti dai ricercatori americani i socievoli vivono, mediamente, 3,7 anni più a lungo rispetto ai solitari.

Nel quotidiano, gli amici rendono la vita più facile e felice ogni giorno, aiutano in modo diretto riguardo a ogni problema, anche solo per sfogarsi o per chiedere un consiglio, e in modo indiretto facendoci sentire che, se stiamo al mondo (o meno) importa davvero a qualcuno. La gioia negli occhi di un amico quando gli fai un regalo rende la tua di molto più grande. Corri tutte le mattine, sei vegano, non bevi e non fumi? Ma almeno un amico, lo vuoi avere o no?!? E non solo per assicurarti lunga vita, ma perché stare in buona compagnia è una delle poche gioie della medesima.

E’ curioso che una lingua schematica come l’inglese, abbia tuttavia due diversi modi per definire la solitudine, ‘solitude’ e ‘loneliness’, che si riferiscono rispettivamente alle diverse sensazioni, parimenti vissute in condizioni di esclusione, di distacco volontario e desiderato dal prossimo, piacevole quindi, e, all’opposto, di dolorosa emarginazione. Hannah Arendt in ‘The Origin of Totalitarianism’, scrive efficacemente che l’uomo solo (the lonely man) si trova circondato dagli altri ma non riesce a stabilire con loro un contatto a causa dell’ostilità che avverte nei suoi riguardi, mentre l’uomo solitario (the solitary man) al contrario, sta da solo in quanto lo vuole e ne è capace, soddisfatto di esserlo. Peraltro, ogni esercizio di pensiero è condotto in ‘solitude’. Ma, non dimentichiamolo, il rischio del rinchiudersi in se stessi è appunto che la ‘solitude’ si trasformi inavvertitamente in ‘loneliness’, e che un essere pensante, divenuto ormai estraneo a se stesso, oltre che agli altri, non riesca a più a recuperare, neanche se lo voglia, lo stato di grazia che la compagnia rappresenta.

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