Referendum, cosa succede dopo?

Referendum, sì o no: ma cosa succede dopo? Ecco i possibili scenari

Le conseguenze politiche di una scelta

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati rappresenta certamente un passaggio cruciale per l’assetto istituzionale italiano.

Quali scenari si potrebbero aprire dopo il voto? Proviamo a delineare le conseguenze più probabili in caso di vittoria del SÌ o del NO tenendo conto del contesto politico attuale e senza entrare nel merito tecnico-giuridico della riforma.

In Italia, lo sappiamo, ogni consultazione referendaria tende inevitabilmente a trasformarsi in uno scontro tra maggioranza e opposizione, tra centrodestra e centrosinistra. L’esito del voto potrebbe quindi ridisegnare gli equilibri politici del Paese.

Se vince il sì

In caso di prevalenza del SÌ la riforma entrerebbe in vigore segnando innegabilmente un successo per il governo guidato da Giorgia Meloni che ha fatto della separazione delle carriere uno dei suoi cavalli di battaglia, insieme al premierato e all’autonomia differenziata. Si tratterebbe di una vittoria personale per la premier e per il ministro della Giustizia Carlo Nordio, rafforzando l’esecutivo su un tema divisivo e spesso al centro di tensioni con la magistratura.

La separazione delle carriere è una battaglia storica del centrodestra portata avanti fin dai tempi di Silvio Berlusconi come argine alle presunte “invasioni” della giurisdizione nella sfera politica. Il trionfo potrebbe consolidare l’egemonia di FdI nella coalizione e favorire una maggiore coesione governativa.

Tuttavia non mancherebbero i rischi. Una vittoria di misura evidenzierebbe difficoltà nel mobilitare pienamente l’elettorato di riferimento. L’opposizione potrebbe sfruttare il risultato risicato per denunciare un’alterazione dell’equilibrio dei poteri alimentando proteste, mobilitazioni e ulteriori conflitti con la magistratura e con istituzioni europee attente all’indipendenza della funzione giurisdizionale.

Se vince il no

In caso di prevalenza del NO la legge costituzionale verrebbe bocciata e l’ordinamento attuale – con un unico CSM e con la sola separazione delle funzioni – resterebbe inalterato. Politicamente, inutile girarci intorno, sarebbe un colpo durissimo per il governo Meloni. La presidente del Consiglio, che ha investito molto capitale politico sulle riforme istituzionali, vedrebbe ridursi la propria autorevolezza con possibili ripercussioni sulla tenuta della maggioranza. Si aprirebbero spazi per critiche interne alla coalizione sull’opportunità stessa della riforma favorendo tensioni e resa dei conti.

Per l’opposizione, invece, sarebbe un’occasione di rilancio. Il Partito Democratico di Elly Schlein potrebbe presentarsi come vincitore di una battaglia “a difesa della democrazia” rafforzando legami con sindacati e movimenti civili che hanno contrastato la riforma, accusandola di indebolire l’indipendenza giudiziaria.

Insomma, un NO netto rischierebbe di trasformare il referendum in un plebiscito anti-Meloni galvanizzando il centrosinistra in vista delle politiche 2027. Più in generale, una bocciatura potrebbe indurre il governo a un approccio più prudente sui temi costituzionali favorendo – almeno in teoria – un ritorno al dialogo parlamentare oggi molto asfittico.

In sintesi estrema: un SÌ potrebbe accelerare il ciclo di riforme del centrodestra potenziandone la posizione, ma rischiando di acuire i contrasti con la magistratura e l’Europa. Un NO indebolirebbe l’esecutivo e offrirebbe all’opposizione un trampolino per le prossime sfide elettorali.


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