Referendum, Valentina Chinnici per il no

Referendum, votare No è un atto di rispetto per la Costituzione

La discussione sul referendum, il No dell'esponente del Pd

(Continua il dibattito ospitato da LiveSicilia.it sul referendum. Le ragioni del No secondo Valentina Chinnici, vice segretaria regionale del Pd e deputata all’Assemblea Regionale Siciliana).

Caro Direttore,

Votare No al referendum del 22-23 marzo sulla riforma della giustizia è un atto di rispetto doveroso verso la nostra Costituzione.

La riforma incide infatti su ben sette articoli chiave della Costituzione che riguardano il Presidente della Repubblica e la Magistratura, alterandone profondamente l’impianto e la visione con cui erano stati concepiti, ossia l’equilibrio dei poteri, l’impalcatura stessa su cui si fonda il nostro Stato democratico.

La fretta inconsueta con cui si è arrivati al voto è sintomatica del colpo di mano che il governo ha messo in atto, senza minimamente coinvolgere non solo l’organo della Magistratura, che ne è direttamente interessato, ma neanche il Parlamento: il testo, approvato dalla Camera a settembre e dal Senato a ottobre 2025, arriva dritto al voto popolare già a marzo 2026, senza accogliere nessun emendamento delle opposizioni, incluse le proposte riguardanti il voto fuori sede, negando quindi la possibilità di esprimersi democraticamente a circa 5 milioni di cittadini. Una accelerazione rivelativa di un’imposizione governativa tesa a schiacciare gli altri due poteri fondamentali dello Stato.

Il governo Meloni-Nordio-Salvini ha evitato dunque anche un minimo confronto parlamentare, imponendo una pseudo-riforma che altera l’ordinamento giudiziario senza alcun interesse a risolvere qualcuno dei veri nodi problematici: la lentezza dei processi, le carenze strutturali e la precarietà dell’organico solo per citarne alcuni. Invece di investire in personale e digitalizzazione, si punta con tutta evidenza a indebolire l’autonomia dei magistrati a vantaggio del potere esecutivo. 

Lo ha rivelato del resto lo stesso ministro Nordio quando ha affermato testualmente: “Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”, o anche, con icastico cinismo: “Capisco che i vertici dell’Anm siano contrari: nessun tacchino si candida al pranzo di Natale”.

La separazione costituzionale tra funzioni giudicanti e requirenti, già introdotta de facto dalla riforma Cartabia, viene ora elevata al livello costituzionale: un gesto normativo spropositato, considerato che i dati relativi ai passaggi di funzione confermano che si tratta di numeri limitati, nell’ordine di una trentina all’anno su un totale di circa 8.000-9.000 magistrati in servizio. Un fenomeno marginale e irrilevante che non spiega assolutamente l’accanimento ideologico di questo governo che non ha mai fatto mistero di voler percorrere derive presidenzialiste.

Inoltre, se lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura in due sezioni frammenta l’organo di autogoverno per indebolirlo, con l’antica logica del divide et impera, ancora più allarmante è l’introduzione dell’Alta Corte per le sanzioni disciplinari, uno strumento che espone i magistrati a pressioni e intimidazioni politiche.

In un’epoca storica di regressione democratica mondiale e di strapotere di ego smisurati, votare No al Referendum significa difendere lo spirito della nostra Carta, democratica e antifascista. Come scriveva Piero Calamandrei nel magistrale discorso sulla Costituzione fu tenuto a Milano il 26 gennaio 1955: “In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane…”.

“E quando io leggo nell’art. 2: «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale»; o quando leggo nell’art. 11: «L’Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie… ma questo è Mazzini! questa è la voce di Mazzini! O quando io leggo nell’art. 8: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour! O quando io leggo nell’art. 5: «La Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo! O quando nell’art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: «l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popoli, ma questo è Garibaldi! E quando leggo nell’art. 27: «Non è ammessa la pena di morte», ma questo è Beccaria!”.

In quegli articoli sentiamo risuonare insomma Mazzini, Beccaria, Garibaldi. Dopo il referendum, non vorremmo far riecheggare le voci di Nordio, Salvini e Meloni: sarebbe un arretramento giuridico e culturale pericoloso che non possiamo assolutamente permetterci.

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