PALERMO – Della vicenda ha parlato anche Matteo Renzi, nella sua recente visita siciliana. A Trapani il premier non ha girato attorno alla questione: “C’è il problema di Ryanair e vi garantisco un impegno personale in questa direzione. Perché in un mondo di connessioni globali non si può non essere raggiungibili”. Già, a Trapani c’è un problema Ryanair. Che è in qualche modo un caso emblematico per inquadrare il peso della compagnia irlandese nel sistema aeroportuale, non solo siciliano.
In un’Isola “costretta” all’aereo perché priva di efficaci alternative, e massacrata dal caro biglietto di cui abbiamo scritto nella precedente puntata dell’inchiesta (qui il link), i pionieri del low cost sono diventati attori centrali nelle dinamiche del trasporto aereo. Su Palermo Punta Raisi Ryanair è ormai il primo vettore, come già accade in altri aeroporti italiani. Su Birgi, poi, senza la compagnia irlandese praticamente non c’è più l’aeroporto, su cui volano (poco) pochi altri. Ma per tenersi stretta Ryanair e i suoi voli carichi di turisti che vengono a spendere nel Trapanese, il territorio, qui come altrove, deve pagare un prezzo. Quello dell’”aiutino” gradito dalla compagnia irlandese, che non piace ai concorrenti di Alitalia che al riguardo ha scomodato le corti di mezza Europa.
In pratica a Trapani, così come accade altrove, l’aeroporto paga in forza di un contratto di co-marketing denaro sonante a Ryanair, per tenersela stretta. I soldi servono a promuovere il territorio con pubblicità sui mezzi della compagnia. Una buona parte li ha messi negli anni la Provincia, che ora non c’è più (sostituita dal libero consorzio commissariato fino a febbraio prossimo) attraverso la compagnia di gestione dello scalo, la Airgest, controllata da soci pubblici, poi la Camera di commercio e i Comuni della provincia. Che da anni si tassano in questa sorta di colletta. Il contratto però va in scadenza a marzo prossimo e andava rinnovato in questi giorni. Rinnovo che non è ancora arrivato. Col rischio di far “scappare via” Ryanair.
Fino a un paio di giorni fa sul sito della compagnia aerea non era nemmeno possibile prenotare e acquistare biglietti su Trapani da marzo in poi. Ora lo stallo è stato superato. Ma il rinnovo del contratto è ancora in ballo. Sia perché l’ex Provincia oggi libero consorzio è ancora commissariata. Sia per le resistenze di alcuni Comuni, che però sarebbero state superate. “I comuni con molta difficoltà stano pagando, tranne un paio – spiega Giuseppe Pace, a capo della Camera di commercio di Trapani -. Resta da capire chi firmerà il contratto. È una priorità per il territorio. I voli su Birgi generano un indotto immenso. E se Ryanair se ne andasse sono convinto che molta gente che lavora finirebbe a casa”. Bisogna raggranellare i denari. Si parla di qualche millione di euro. “Alla ex Provincia ci dovrebbero essere due milioni e 400 mila disponibili – fa i calcoli Paolo Angius, vicepresidente della società di gestione Airgest -. Quanto ai Comuni, potrebbero finanziare l’operazione con una tassa di soggiorno. Una cosa è certa, i voli dall’estero portano ricchezza per il territorio, diversamente dai voli domestici”.
Ryanair dal canto suo ha fatto sapere col suo numero due Kenny Jacobs di voler triplicare i 7,5 milioni di passeggeri che oggi porta in Sicilia e Calabria. E un aumento delle tratte internazionali potrebbe portare con sé, sulla base di accordi, anche un incremento dei voli domestici operati dal vettore, che potrebbe, almeno in teoria, concorrere ad abbassare i prezzi monstre dei voli nazionaliche il mercato attualmente impone ai siciliani. Dopo la pubblicazione della prima puntata della nostra inchiesta, Livesicilia ha ricevuto diverse segnalazioni. Tra le quali un Milano-Catania Alitalia andata e ritorno in corrispondenza delle vacanze natalizie per la modica cifra di 700,89 euro.
Di certo, in questo quadro la compagnia irlandese fa valere il suo potere contrattuale. Anche in termini di piccoli sacrifici per gli utenti. Come quelli raccontati a Livesicilia da un habituèe della tratta Roma-Palermo che racconta dei sistematici lunghi viaggi a piedi al Terminal 2 di Fiumicino per raggiungere i voli. O ancora il raggiungere l’aereo a piedi, senza loading brigde, con tempi di carico e scarico strettissimi. “Sacrifici” avvertiti come secondari dai passeggeri a fronte dei risparmi e della puntualità del volo. E ci sono poi i citati costi per i contratti pubblicitari degli aeroporti. E lì chiaramente pesa la forza contrattuale dell’infrastruttura. Senza l’aiutino del comarketing, scali minori che vivono di Ryanair resterebbero quasi deserti e magari a rischio chiusura. È giusto il caso di Birgi. Il cui futuro si deciderà in una manciata di settimane.

