Come si fa a non amare Catania, incastonata tra il vulcano e il mare, contraddittoria, bellissima, forte, con la sua volontà popolare di venirne sempre a capo? Come si fa a non amarla, quando lotta sotto la cenere, quando si stringe alla bellissima Agata, la fanciulla che affrontò il martirio, con il coraggio della sua purezza?
Io ‘gioco in casa’. Amo Palermo, la mia città, altrettanto valorosa, piena di esempi. Amo Catania, perché, come Palermo, non si può non amare, e per ragioni biografiche paterne, come, forse, il cognome rivela. E ci fu tutta un’infanzia nella magnifica Aci Castello, un vocio di squisitezze sentimentali tra il canotto di Claudio, posizionato in mare a Bagnaculo, le naumachie a fior di scoglio con Marco, Tony, Santi, Pippo, Orazio… (ogni estate ha i suoi nomi scolpiti), la piazza, di sera, col golfino, la pizzeria col titolo spiritoso e l’immane profilo del maniero. Sono eternità che non si dimenticano.
Ma Catania si ama a prescindere. Non significa non criticare, proprio come accade a Palermo. Vuol dire riconoscerne l’immensità, il vissuto di un popolo che ha sempre affrontato gli ostacoli più con la speranza che con il cinismo. “Agata è parte del carattere di Catania perché Catania, come Agata, conosce la resistenza e la rinascita”, ha detto, con piena ragione, il sindaco, Enrico Trantino.
Il bacio della discordia
Lo stesso sindaco che è finito nel marasma social per via del noto bacio alla reliquia di Sant’Agata. Che è esattamente la casella da cui partire: non si tratta semplicemente di un ‘teschio’, ma di un elemento del sacro, trasfigurato dalla venerazione. La tradizione non si esaurisce nello schiumare effimero di una polemica. Abbiamo ascoltato voci intelligenti. Che hanno riflettuto, scansando l’automatismo dell’indignazione.
Fabrizio Villa, il grande fotografo autore dello scatto, ha riconosciuto sul suo profilo Facebook: “Quel bacio è diventato un ‘bacio sulla bocca’. Poi addirittura ‘sulle labbra’. E questo non è più un giudizio. È la descrizione di un fatto che non è avvenuto. Il sindaco non sta baciando la reliquia di Sant’Agata sulla bocca. Il bacio è laterale. Ero a pochi metri e ho visto esattamente quello che stava accadendo. Dalla posizione in cui mi trovavo, però, la prospettiva comprime le distanze e sovrappone i piani. Da un punto di vista diverso, lo stesso identico gesto avrebbe probabilmente prodotto una fotografia molto diversa. Non sarebbe cambiato il fatto. Sarebbe cambiato ciò che avremmo creduto di vedere”.
Il ‘nodo della scena’
Franz Cannizzo ha scritto: “A mio parere, il bacio alla reliquia non va liquidato né come semplice devozione né, all’opposto, come un residuo folklorico da osservare con ironica distanza. È un atto di prossimità rituale: chi bacia non venera una materia qualunque, ma cerca un contatto con ciò che quella materia rappresenta e rende presente”.
E ancora: “Le parole del sindaco sono significative: ‘lì non ero solo io’. È una frase che individua il nodo esatto della scena. Trantino non descrive il gesto come espressione della propria fede individuale, ma come assunzione di una rappresentanza. La fascia tricolore rende esplicita questa pretesa simbolica: l’uomo che bacia la reliquia viene presentato come sindaco, cioè come figura pubblica investita di un mandato civile”.
“Ma proprio qui nasce l’ambiguità che i social hanno amplificato – si legge nella ponderata disamina -. Un sindaco rappresenta tutti: devoti ferventi, cattolici non praticanti, credenti di altre confessioni, agnostici e non credenti. Può partecipare a un rito che appartiene alla storia e alla sensibilità maggioritaria della città; anzi, sarebbe artificioso immaginare che la dimensione istituzionale debba restare estranea a una festa che plasma da secoli il calendario, gli spazi, l’economia minuta e l’immaginario di Catania. Tuttavia, non può facilmente trasformare un gesto di fede in un gesto compiuto ‘per conto’ di tutti”.
“Il vero scandalo”
Ancora da Facebook, ecco l’opinione di don Gaetano Puleo, in un passaggio: “Il vero scandalo, semmai, è quando la fede viene sostituita dal gusto per la polemica, quando la venerazione viene interpretata con occhi morbosi e quando ci si erge a giudici del sacro senza nemmeno distinguere una reliquia da un corpo vivo”.
“Prima di gridare alla vergogna per un bacio, forse sarebbe il caso di domandarsi se non stiamo facendo noi, con la nostra malizia, qualcosa di molto più irrispettoso verso Sant’Agata. Perché un gesto non diventa osceno soltanto perché qualcuno decide di guardarlo con occhi osceni”.
“In definitiva, non si tratta di impedire il confronto o di negare a qualcuno il diritto di considerare quel gesto inopportuno. Il rispetto per il sacro merita sempre attenzione e sensibilità. Ma proprio per questo occorre evitare giudizi affrettati e interpretazioni che trasformino un gesto in qualcosa che non è”.
Si può discutere, ma…
Carmelo Scandurra, sindaco di Aci Castello, ha chiosato: “Si può discutere sul gesto, si può non condividerlo, si può ritenere che non fosse opportuno. Ma trasformare una reazione istintiva di pochi secondi in una gogna pubblica mi sembra francamente eccessivo”.
Allora, qual è il punto d’arrivo? Forse questo. Si può discutere, appunto, a svariati livelli, ed è giusto che sia così, per la pervasività di un’immagine. Il paesaggio emotivo sembrerebbe raccontare, da parte del sindaco, l’adesione a un moto dell’animo che ha coinvolto i devoti: non chiunque, a forza. Altrimenti, analoga critica sarebbe indirizzabile al Festino e al sindaco di Palermo, col suo: “Viva Palermo e Santa Rosalia!”. Si riconosce chi vuole. Nemmeno sembra corretto aderire allo schema trasecolato del ‘sacrilegio’. Baciando una reliquia, offerta dalle mani dell’arcivescovo?
Anatomia di un amore
Nel gesto del sindaco Trantino si svela l’essenza di un legame affettivo, comunicato col bacio: il nodo più immediato da sciogliere nella promessa di una relazione. Baciamo coloro che amiamo e sono presenti, nel viaggio condiviso. Baciamo il cielo, o le sue metafore, nei riti di un addio. Baciamo altre reliquie sentimentali, disseminate in case, strade e vie ombreggiate, nell’accenno di una presenza svanita, eppure intermittente.
Un bacio per Catania
Il confronto su circostanze di carne, sangue a anima dovrebbe avvenire oltre le tradizionali categorie politiche amico-avversario, perché riguarda un sentimento e un rapporto che sono più grandi della contingenza. Se nuove parole possono illuminare l’identità nelle sue vie alterne, ben vengano. Purché siano ‘pulite’ – come il materiale che abbiamo citato – e non rincorrano facili retro-pensieri da Colosseo social. Agata non merita il riflesso dell’effimero. Né lo meriterebbe Rosalia.
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E si discuta, con posture opposte, ma ricordando quello che unisce, non ciò che divide. Affinché ogni parola evochi una appartenenza nata dal cuore, confermata dall’intelletto, e serbi la benedizione di un bacio singolo, moltiplicato per il bene della collettività. Un bacio universale, in questo caso, per l’amata Catania. Che è davvero di tutti coloro che la amano.
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