Savatteri: 'Màkari, la Sicilia e il Covid: ora vi racconto tutto'

Savatteri: ‘Màkari, la Sicilia e il Covid: ora vi racconto tutto’

Una chiacchierata senza veli. Tra protagonisti, miti e mascherine: "La pandemia? Anche un'ossessione".
L'INTERVISTA
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Tu che Sicilia racconti?
“Io racconto la Sicilia. Almeno, ci provo”.

Gaetano Savatteri, 57 anni, un siciliano che più non si potrebbe. E’ nato, per avventura, a Milano da genitori di Racalmuto. E, già da bambino, è tornato. Siamo a casa di Leonardo Sciascia, l’Inarrivabile che, con moltissime altre cose, inventò, l’ispettore Rogas. E forse il giallo – ‘Il contesto’ di Sciascia, ‘Màkari’ di Savatteri con la sua scintillante fiction di complemento – è la forma letteraria più adatta da queste parti, per forza di cronaca. Oggi piace a tutti, nel momento in cui tutti cercano, soprattutto, un colpevole.

Sì, ma che Sicilia è?
“Mettiamola così. Io tento di raccontare la Sicilia come so che è e pure come penso che vorrebbe essere. Una Sicilia sempre presunta: quella del marranzano, del ficodindia e del cannolo, della coppola e le altre. E nelle altre ci sono i siciliani che mangiano il sushi, che assaggiano la cucina peruviana. E della crema di ricotta non gliene frega niente. Gli vogliamo togliere la cittadinanza? E ci sono pure i siciliani che si ribellano”.

Lo snodo qual è?
“Che si può essere siciliani senza il mito della Sicilia, senza sentirsi pronipoti di Ulisse e Polifemo. Arriviamo così al sorriso che demitizza, alla normalità che è fatta anche di inciampi nella munnizza. Ai tempi di Ulisse la munnizza non c’era, oggi sì, per questo siamo un po’ infelici, ma ringraziamo comunque Dio di essere siciliani”.

Tu sei felice?
“Sì, io sono un siciliano felice, malgrado viva lontano dalla Sicilia o forse anche per questo, per il resto penso che sia necessario spingere, ammuttare e che ci vorrebbe, in Sicilia, un piano speciale di risalita e di rinascita. Un pnrr tutto per noi. Le intelligenze vivaci ci sono, basta dargli l’occasione di funzionare”.

Lo credi davvero?
“Noi siciliani abbiamo fatto cose bellissime, magari non ne abbiamo la consapevolezza. La mafia era invincibile e adesso è in crisi, se non proprio sconfitta. E siamo stati noi, con la nostra coscienza, con una rivoluzione civile, a batterla. Abbiamo vinto noi. E se siamo riusciti in questo, niente ci è precluso. Poi, certo, Palermo non sarà mai Ginevra. Non è proprio possibile, e forse non è nemmeno augurabile”.

A proposito di mafia, il sindaco di Siculiana, Zambito, si è lamentato per quella che gli è sembrata una caratterizzazione negativa del suo comune nel corso di Màkari.
“Peppe Zambito è una persona raffinata e cortese, gli voglio bene. Ma sbaglia. Se avesse letto il libro, saprebbe che parliamo di una menzogna, di una vanteria, di uno che per ingannare l’interlocutore si riferisce a un contesto storico, a una mitologia che è innegabile per fare paura. Ognuno utilizza le suggestioni che gli occorrono. E’ come se, volendo fare business, io mi riferissi a Milano. Ho raccontato la bellezza di quella terra, per dirne una: dell’incanto della spiaggia di Giallonardo. Ma c’è anche una storia che, per fortuna, è cambiata”.

Il contrario del Gattopardismo.
“Io sono per l’anti-gattopardismo. Il motto? Tutto cambia, perché tutto cambia. Ovunque, anche in Sicilia”.

Torniamo a Sciascia e ai professionisti dell’antimafia.
“Quell’articolo ha segnato la storia e diceva cose giuste, in anticipo, ma con gli esempi sbagliati. L’antimafia allora era una pratica minoritaria e coraggiosa. Non eravamo ancora nella stagione degli Helg e dei Montante. Sciascia ha colto il fenomeno, un po’ troppo presto. Però è vero che io sono terrorizzato dalla retorica che, forse, è pure sacrosanta e inevitabile. Tuttavia, aspetto proprio con terrore il fiume che ci invade da maggio a luglio per Capaci e via D’Amelio. Sentiamo dire: gli amici Giovanni e Paolo da gente che aveva dieci anni quando sono stati barbaramente assassinati”.

Come lo racconta uno scrittore il Covid?
“Come l’immane tragedia che è stata e che è e, poi, anche per le ricadute che ha avuto sul costume, con le mascherine, per esempio. Per l’Italia, un paese ipocondriaco, terrorizzato dalla corrente d’aria, la precauzione ad ogni costo si è trasformata in un’ossessione che ha coinvolto tutti: governanti, giornali, televisioni, cittadini”.

In che senso?
“Le mascherine mi riportano alla mente le canottiere dell’infanzia, quelle che erano lo strumento di lavoro di nonne, mamme e zie. Hanno la stessa suggestione per tutti, qualcosa che protegge dagli spifferi. Però la risposta è individuale: ci sarà chi, all’aperto, le toglierà e chi continuerà a metterle. E va benissimo così”.

Le mascherine sono state e restano un presidio necessario per proteggersi dal contagio. Il Covid è una catastrofe e non ne siamo ancora fuori…
“E non c’è nessun dubbio, non si può negare, l’ho chiarito prima che è una immane tragedia che ha arrecato e continua a produrre lutti e sofferenza. Un dolore che si può soltanto abbracciare. Ma uno scrittore osserva l’impatto sociale delle novità e la ricaduta nella vita delle persone. Infatti, la mascherina è diventata un simbolo di sinistra, falce e martello in versione Fpp2, nel senso della solidarietà, delle regole e dell’attenzione e politicamente invisa alla destra. Sono note a margine che descrivono, appunto e ancora una volta, il contesto. Certo è che il Covid ci ha incattiviti e condizionati”.

Ti diverti ancora a fare il giornalista?
“Io sì. E mi appassiono”.

Consiglieresti il mestieraccio ai giovani.
“Se sono curiosi, perché no? E’ da quando ho cominciato io che sento ripetere che il giornalismo è finito, ma non era e non è vero. E’ semplicemente cambiato. Oggi è un lavoro più artigianale, come riparare una persiana e, voglio essere ottimista, ha recuperato umiltà e coraggio”.

Tutto cambia?
“Grazie a Dio, sì”.

(La foto di copertina è di Giuseppe Di Piazza)


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