Sicuro di sé e sereno, Armao non teme l'arresto: "Tutto lecito"

Sereno e sicuro di sé, Armao non teme l’arresto: “Tutto lecito”

Interrogatorio Gaetano Armao
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PALERMO – Sereno, sorridente, sicuro di sé e della sua innocenza. Gaetano Armao non tradisce neppure il più infinitesimale segnale di tensione. Quella tensione che sarebbe lecito attendersi nel volto e nei gesti di chi si sottopone ad un interrogatorio preventivo perché rischia di finire in carcere per un quadro accusatorio pesantissimo.

Sarebbe stato un tangentista, uno che avrebbe sfruttato in maniera illecita e spregiudicata il suo ruolo di consulente del governatore Renato Schifani e di presidente della Commissione tecnica specialistica che autorizza gli investimenti dei privati del settore delle energie alternative.

Rispettoso nei confronti di tutto e tutti. Dei cronisti a cui dice “fate bene, è il vostro lavoro” anche se invita a precisare che finora quella che si è conosciuta è la tesi dell’accusa “mentre oggi tocca a me spiegare i fatti”.

Rispettoso nei confronti della procura della Repubblica di Palermo che sta indagando su di lui: “Sono un uomo pubblico, è giusto così. Io però posso spiegare che ciò che mi contestano non è vero”. E del giudice che deve deciderlo se mandarlo in carcere o meno avendo la possibilità di confrontare le ipotesi dell’accusa e le tesi difensive.

In un solo passaggio sembra tradire un certo fastidio ed è quando racconta di avere attraversato cinque vicende giudiziarie, fra inchieste e processi. Tutti archiviati o chiusi con l’assoluzione. “Finora 5 a 0 per me” dice, smorzando subito i toni. Con un sorriso precisa che la frase è una battuta. Sereno e anche ironico.

Elenca i casi chiusi: evasione fiscale, bancarotta, abuso d’ufficio, l’inchiesta sui termovalorizzatori e quella per l’utilizzo dell’auto blu.

Tira fuori un’agendina che conserva nella tasca della giacca. Vi sono annotati appunti attraverso cui si possono ricostruire i passaggi di denaro. “Sono tutti soldi tracciabili. Acconti per lavori che abbiamo fatto insieme con l’avvocato Matta e che venivano riportati nelle fatture insieme al saldo – aggiunge -. Siamo amici da tantissimi anni, abbiamo scritto libri insieme. A volte si occupava di cause che io da presidente della Cts ritenevo non opportuno svolgere anche non in presenza di incompatibilità. Abbiamo seguito tante cause insieme e Matta mi assiste in diversi procedimenti”.

Amicizia, rapporti di lavoro e nulla di illecito. Lo ribadisce anche nelle lunghe dichiarazioni spontanee davanti al giudice per le indagini preliminari.

Perché scambiarsi i soldi in macchina o farli mettere da Matta nella tasca del cappotto? “È normale, avremmo dovuto farlo a tavola? Non c’è nulla da nascondere né da temere”.

E il danaro nascosto nell’orologio a pendolo divenuta l’immagine simbolo dell’intera inchiesta? “È un vecchio orologio di famiglia. Un posto come un altro. Ci conservavo i risparmi di famiglia. Voi pensate che ci fosse stata qualcosa da nascondere avrei lasciato tutto per com’era quando ho fissato l’appuntamento con gli operai?”.

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Sono gli operai che trovarono i soldi quando fu necessario spostare l’orologio per pulire il tappeto: “Nessuno come me ha gestito bilanci per 250 miliardi senza una virgola fuoriposto. Stiamo parlando di ventimila euro, io sono un avvocato che fattura grosse somme”.

Armao entra nell’aula 15 del nuovo palazzo di giustizia quando manca un quarto d’ora alle 15 ed esce quindici minuti prima delle 17. Nulla dice. Si defila e va via, mentre il suo avvocato spiega ai cronisti che Armao non ha ricevuto tangenti.


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