La Sicilia in fiamme è una tragedia senza decenza. Raccogliamoci subito in memoria di un vigile del fuoco, colto da un malore e morto, mentre lottava contro gli incendi. Alla famiglia di Alessandro Marchì rivogliamo il nostro profondo e affettuoso cordoglio.
Onoriamo i suoi colleghi, in senso ampio: tutti quelli che scendono in campo per spegnere i roghi e mettere le persone in sicurezza. Abbracciamo chi ha perso molto o tutto. Chi è disperato. Chi ha visto andare in fumo la sua stessa vita, nella cenere delle cose.
E poi osserviamo l’indecenza della politica che – come sempre accade – mentre la Sicilia bruciava, si rimpallava accuse e difese, nel tenativo di inchiodare o discolparsi. Non c’è mai un anelito alla verità, in questa disgraziata terra. Non c’è mai un impegno condiviso. Ci sono, soprattutto, figurine e figuranti che cercano di avvantaggiarsi, o di assolversi, nell’apice di una disgrazia. Quando, cioè, ci si aspetterebbe una compattezza solidale, nel rispetto di una comunità travolta. Quando vorremmo una composta dignità.
Invece, no. Una pioggia di comunicati, non per spegnere, per rinfocolare le polemiche. E fosse stata soltanto la sacrosanta richiesta di protezione, di attenzione, di tutela. Era la polemica con vista sulla campagna elettorale, con la Sicilia circondata dall’inferno. Era il solito infimo spettacolino di assalti e parate. Era la politica siciliana, nei suoi due millimetri di visione.
L’unico messaggio ‘politico’ all’altezza è stato quello dell’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice. Un monito, inclusivo di affetti per le vittime dell’incendio, che ha richiamato tutti alla responsabilità, mostrando il senso morale di una presa di posizione, non ancorata alla contingenza, pensata per il bene e la consapevolezza della comunità. Ma non è necessario essere arcivescovi per concepire orizzonti puliti.
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Abbracciamo le vittime. Stiamo vicini al lutto, alle lacrime, alla disperazione. Con il nostro cuore generoso di siciliani. Per fortuna, c’è una Sicilia migliore della sua classe politica. Non ci vuole molto, in fondo. Però è già qualcosa.
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