PALERMO – Società liquidate che risorgono. Altre, definite strategiche, che si sciolgono come neve al primo di primavera. Nella grande famiglia delle società regionali, infatti, esistono figli e figliastri. Dirigenti fedelissimi e aziende senza protettori. L’altroieri si è chiusa la storia quindicinale di Sviluppo Italia Sicilia, nei prossimi giorni quasi certamente toccherà a Spi. La “Sicilia patrimonio immobiliare” che, a dire il vero, doveva essere già fuori dall’elenco delle spa “salve”, ma che pochi mesi fa era stata ripescata dal presidente Crocetta che l’aveva affidata al suo avvocato personale Vincenzo Lo Re. Lo stesso presidente del cda, pochissimi giorni fa esultava. La società infatti ha chiuso il 2015 con un utile di 60 mila euro. Un risultato che conferma il trend positivo cominciato nel 2009 ed in particolare del 2014 chiuso con un utile complessivo pari ad 292.673 euro, 208.529 distribuiti alla Regione siciliana. Insomma, la Spi è tra le poche a produrre utili. E il governo che fa? Ha deciso di chiuderla. Trasferendo, nell’ultima finanziaria, la gestione del patrimonio immobiliare alla Sas (“Servizi ausiliari Sicilia”), una mega-azienda nata dalla fusione di Beni culturali spa, Multiservizi e Biosphera. Ieri il presidente Lo Re ha rinviato al 14 aprile l’assemblea dei soci che dovrà decidere sullo scioglimento. Al centro della questione, il disaccordo tra la Regione, che detiene il 75 per cento delle quote e il privato, cioè l’immobiliarista e amministratore delegato dell’azienda Ezio Bigotti: se non ci sarà accordo, carte in tribunale e via alla liquidazione.
E in Sas potrebbero finire i lavoratori di Spi, insieme ai colleghi, di fatto appena licenziati, di Sviluppo Italia Sicilia. Che hanno subito anche una piccola beffa. Per mesi, infatti, i sindacati – e anche gli altri componenti del cda – hanno puntato il dito contro il presidente Carmen Volpe, “colpevole”, secondo lavoratori e consiglieri, di non aver garantito all’azienda le commesse necessarie per il mantenimento in vita. Affidamenti, tra l’altro, previsti dalle norme regionali. A Palazzo d’Orleans, invece, raccontano di una attività incessante, del vertice di Sviluppo Italia, nel tentativo di raddrizzare l’azienda. Un fatto che – comunque si guardi la vicenda – non è avvenuto. E la beffa sta proprio lì: a liquidare l’azienda sarà proprio l’amministratore scelto da Crocetta che – a torto o a ragione – ha guidato l’azienda verso la chiusura.
Insomma, un “premio”, quello alla Volpe, che ha fatto storcere il naso a tanti, in azienda. Ma non sono rari i casi in cui il presidente ha risposto con la conferma dell’amministratore, di fronte alle polemiche sorte sulla gestione delle spa regionali. Il caso più clamoroso, ovviamente, è stato quello di Riscossione Sicilia. Finita al centro dei riflettori per il caso dei pignoramenti ai deputati e per l’addio, poi rientrato, del presidente Antonio Fiumefreddo. Ma quell’azienda, al di là delle responsabilità di questo o quell’amministratore, da anni denuncia perdite da capogiro. Messe nero su bianco negli atti ufficiali. Al 31 dicembre del 2014, infatti, il capitale sociale di Riscossione Sicilia era di 10,4 milioni di euro. Un capitale sul quale si è abbattuto già l’anno scorso il peso delle perdite residue: 1,174 milioni. Ma il crac è tutto del 2015 quando Riscossione Sicilia, già guidata da Fiumefreddo fa registrare una perdita, solo in nove mesi, di 11,6 milioni di euro. Così, il capitale sociale è stato non solo azzerato, ma la società si è trovata in perdita per quasi 2,4 milioni di euro. Un “rosso” da cui si è rientrati grazie al mega contributo garantito dall’Ars. Cioè dai siciliani, che hanno messo le mani in tasca e salvato l’azienda. Una società che secondo Crocetta doveva restare in piedi perché in grado di rappresentare l’ultimo baluardo di un’autonomia già ampiamente bistrattata dallo stesso governatore. Basti pensare alla rinuncia ai ricorsi pendenti contro lo Stato, decisa un paio di anni fa. Insomma, la società che faceva utili sarà chiusa, quella che registrava perdite, resta in piedi: scacciato, ma solo per il momento, il fantasma di Equitalia.
Ancora più miracolosa la storia di Sicilia e-servizi. Doveva essere chiusa, la società dell’informatica. Per questo la Regione aveva creato un ufficio ad hoc e anche un liquidatore: Antonio Ingroia. Ma il liquidatore si trasformerà presto in amministratore unico, grazie alla benevola mano del governo che ha “resuscitato” l’azienda, improvvisamente virtuosa. Non così virtuosa, a dire il vero, per il dirigente stesso dell’Ufficio informatico Maurizio Pirillo che ha contestato – in virtù del potere di controllo affidato a quell’ufficio – spese esagerate alla società guidata dall’ex pm. Al punto da non voler riconoscere oltre due milioni di euro e scatenando la reazione di Ingroia che ha deciso di rivolgersi al Tar. Ma l’azienda è tornata a essere strategica, per il presidente. Dopo il “ripopolamento” (leggasi: assunzioni senza concorso e in regime di divieto) per il quale sia Crocetta che Ingroia dovranno rispondere sia alla Corte dei conti che alla Procura di Palermo.
Figli e figliastri, insomma. Su cui ha iniziato a indagare anche Palazzo dei Normanni. La commissione antimafia guidata da Nello Musumeci, infatti, ha incaricato una “sottocommissione” a sua volta guidata dal deputato Pd Giuseppe Arancio che ieri ha ascoltato proprio il presidente di Spi, Lo Re, oggi toccherà all’amministratore della Seusa, Gaetano Montalbano. I commissari hanno il compito di verificare se tra i dipendenti delle spa, figurino soggetti con condanne per reati gravi e in particolare con reati legati alla mafia. Ma non solo. Verranno passati al setaccio anche possibili assunzioni avvenute in seguito a pressioni esterne e anche appalti più o meno sospetti.
Ma anche uscendo dal recinto delle partecipate ci si imbatte in contraddizioni e storie al limite del paradosso. Basta raccontare lo stato in cui versa l’Irsap. Un ente, quello nel quale sono confluiti gli ex Consorzi Asi, che sembrava l’ombelico del mondo-Regione, finché a guidarlo era uno dei fedelissimi dei Crocetta, cioè Alfonso Cicero. Una “storia” quella tra il geometra e il governatore, finita tra i veleni e le carte bollate. Da quel momento, la Regione si è, di fatto, disinteressata dell’ente, della ricostituzione dei suoi organismi, della sua gestione complessiva. E ha messo tutto nelle mani di un semplice “commissario ad acta”, dai poteri limitatissimi, come Maria Grazia Brandara. Il risultato? L’Irsap oggi non è in grado di pagare gli stipendi per via dei numerosi atti di pignoramento e decreti ingiuntivi nei confronti degli ex Consorzi. I fondi assegnati dalla Regione all’ente, già insufficienti, finiscono nel ‘pozzo’ dei contenziosi. Un disastro, insomma.
Altra storia quella dell’Ente di sviluppo agricolo. Per il quale da anni tante forze politiche chiedono la liquidazione. Ma l’ente rimane su. Anche a costo di rinnovare per undici (undici!) volte l’incarico del commissario straordinario Francesco Calanna. Un militante del Megafono, manco a dirlo. Nel frattempo, in liquidazione va anche il Cerisdi. Considerato un “carrozzone inutile” da Crocetta. Che poi, però, decise di tenerlo in vita e darlo a un altro amministratore amico come il giornalista Salvatore Parlagreco. Giusto il tempo di tenere in bilico i dipendenti per un po’. Poi, ecco l’addio al centro, senza nemmeno passare da uno straccio di idea sulla gestione del Castello Utveggio che adesso rischia di cadere a pezzi. Simbolo della schizofrenia amministrativa di un governo che atterra e suscita, scioglie e fa risorgere, sulla base dell’umore e delle simpatie del momento.

