Ero solo un cane da guardia, niente di più. Estate del novantadue: dopo le stragi ecco l’esercito in Sicilia, con l’operazione ‘Vespri siciliani’, per dare una mano alle forze dell’ordine. Facevo il servizio militare e mi toccò la vigilanza di un altissimo – manco a dirlo – personaggio. A rendermi simile a un cane non era tanto il compito della sorveglianza in sé, ma l’approccio del padrone di casa che non degnava i soldati schierati davanti alla sua villetta né di un cenno né di un sorriso. Ci oltrepassava, indifferente, muto e scuro in volto. Eravamo appena mastini attaccati alla catena, indegni di attenzione: dovevamo vegliare e abbaiare in caso di pericolo.
Lui – l’Altissimo – aveva comunque una bella voce squillante, per cui le sue telefonate si sentivano fino in giardino. Talvolta, narrava a ignoti interlocutori di certe minacce ricevute e della scorta ottenuta, senza patemi d’animo, anzi con un po’ di compiacimento, come se avere degli uomini a disposizione fosse un punto messo a segno, un accessorio da portare con orgoglio. E fu lì – nelle sere desolate della guardania – che cominciai a pormi domande antipatiche: d’accordo per la tutela – pensavo – ma chi traccia il confine tra necessità e vanità?
Certe storie immancabilmente ritornano. Si racconta di un politico dei giorni nostri che prende il bagno a Palermo, circondato da un piccolo esercito. Mentre lui, beatamente, si rosola al sole su una sdraio, in quattro gli fanno ombra. Altri camminano sulla spiaggia. Altri ancora girano di pattuglia. E si vuole forse negare a chicchessia il diritto alla normalità, un tuffo dove l’acqua è più blu? Certamente no, ma ancora una volta torna la domanda antipatica sul confine tra necessità e vanità. Perché, dando per sacrosanto il diritto alla protezione, pare anche di cogliere – così almeno si racconta – negli atteggiamenti, nelle impressioni, nell’incedere, nel tono della voce che comanda più di un pizzico di ostentazione, come se esibire, tra un tuffo e un’orzata, un drappello di armati rappresentasse uno status symbol, il segno dell’appartenenza a una casta: una circostanza che un po’ ruba la vita, rendendola al tempo stesso speciale, certificando l’appartenenza alla cerchia del patriziato che conta.
Quando ero un cane da guardia mi raccontavano di alcune altissime – manco a dirlo – personalità che amavano fare il bagno ogni giorno. E, ogni giorno, i protetti – così almeno si raccontava – sperimentavano l’ebbrezza di lunghe nuotate e di grandi riposi dedicati all’abbronzatura, mentre coloro che li proteggevano si scioglievano sotto il sole, in mimetica, giubbetto antiproiettile e anfibi. Dove passava il confine tra il benessere dell’uomo tra le onde e il sudore dell’uomo che lo attendeva per ore sulla spiaggia? Tornando al caso precedente: sarebbe così difficile per quel politico ospitato a Mondello rinunciare a qualche bagno – non davvero a tutti – pur di risparmiare agli uomini della scorta appena qualche mattinata di bollitura al caldo rovente della battigia?
E poi ci sono storie che girano e rigirano tra diceria e verosimiglianza. Si racconta pure di un ex potente fulminato e crocifisso da una inchiesta giudiziaria con pesanti addebiti. Si dice, tuttavia, che non abbia perso le guarentigie di un tempo e che continui a mantenere la vicinanza di alcuni agenti che l’accompagnano. La tutela è una cosa serissima – sempre meglio ripeterlo – e va mantenuta ovunque ci sia la più labile parvenza di un rischio. Ma dove passa esattamente il confine tra necessità, vanità e opportunità?
Quando ero militare, nell’estate delle stragi e dei Vespri, avevo una risposta su quel confine. Una scorta – pensavo – bisogna anche meritarsela: usandola con sobrietà, per gli scopi appropriati, non scambiandola per il simbolo dell’iscrizione a un club esclusivo, cercando la normalità, pur sapendo che bisogna fare i conti con qualche rinuncia e – soprattutto – nutrendo rispetto per gli uomini che si sacrificano giorno e notte davanti a una porta chiusa, perché non sono cani. A ventiquattro anni di distanza, adesso che non sono più un cane, non ho cambiato idea.

