Stragi del '92, filone mafia-appalti archiviato

Stragi del ’92, archiviato il filone d’indagine su mafia e appalti

strage via D'Amelio
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"Gli elementi acquisiti non consentono l'iscrizione di alcun soggetto"

CALTANISSETTA – Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Caltanissetta Santi Bologna ha archiviato l’inchiesta sul dossier “mafia e appalti”.

“Gli elementi acquisiti non consentono l’iscrizione di alcun soggetto e di conseguenza non consentono di formulare alcuna ragionevole previsione di condanna”, scrive il giudice accogliendo la richiesta di archiviazione avanzata dal procuratore Salvatore De Luca e dell’aggiunto Pasquale Pacifico.

Si chiude con l’archiviazione anche il procedimento per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato la mafia aperto nei confronti degli ex magistrati Giuseppe Pignatone, già presidente del tribunale di città del Vaticano, e Gioacchino Natoli, entrambi in quegli anni sostituti procuratori a Palermo, e dell’ex generale della finanza Stefano Screpanti. Un’archiviazione nel merito e in parte per insufficienza di prove. Ma si attende ancora il provvedimento.

I tre erano accusati di aver insabbiato l’indagine negli anni ’90, quando facevano parte della Procura palermitana sotto la guida del capo dei pm Pietro Giammanco, sui costruttori mafiosi Buscemi, legati a Totò Riina e divenuti soci del gruppo Ferruzzi di Raul Gardini.

Inoltre il gip ha archiviato nel merito per mancanza di dolo l’accusa di calunnia nei confronti di Natoli. L’ex magistrato nel giugno del 1992 aveva disposto la smagnetizzazione delle intercettazioni. Spiegò che non erano emersi elementi utili alle indagini e la prassi voleva che i costosi nastri venissero usati per altre indagini. Nel foglio fu aggiunta a penna la frase “e la distruzione dei brogliacci”. Natoli tirò in ballo l’allora dirigente dell’ufficio intercettazioni, il funzionario Damiano Galati. Da qui l’ipotesi di calunnia che però è stata archiviaita nel merito.

Il gip evidenzia che “l’analisi svolta pur evidenziando il clima ostile ed emarginante nel quale si trovarono ad operare i giudici Falcone e Borsellino all’interno della Procura di Palermo nel biennio 1990-1992 e pur mettendo in luce la distanza siderale esistente tra la loro capacità professionale e quella di tanti altri magistrati a loro coevi, che si trovarono ad operare in relazione ai procedimenti che toccavano uno degli argomenti di maggior interesse per Falcone e Borsellino (il rapporto tra cosa nostra e il sistema degli appalti pubblici) – non ha consentito di individuare alcun elemento probatorio, autonomamente persuasivo, che possa portare all’identificazione di specifici soggetti tra i magistrati o tra gli esponenti del mondo politico-imprenditoriale legati a costoro da poter iscrivere quali concorrenti morali (e ancor più materiali) in relazione alle due stragi”.

Le indagini non si fermano

Il rapporto del Ros è considerato una delle cause scatenanti delle stragi, in particolare per quanto riguarda la possibile accelerazione dell’attentato di via D’Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta.

Le indagini sulle stragi del ’92, però, non si fermano. A ribadirlo è la stessa procura nissena che evidenzia come “appare altamente plausibile che Paolo Borsellino con il suo intervento a Casa Professa abbia allarmato una pluralità di soggetti circa il contenuto della testimonianza che avrebbe reso all’autorità giudiziaria di Caltanissetta. In tal senso non può non tenersi conto – sottolineano De Luca e Pacifico – che, come emerso dalle indagini svolte, l’indagine mafia appalti sia stata il crocevia di una serie di interessi mafiosi, politici, imprenditoriali e, presumibilmente, massonici (anche per quest’ultimo filone sono in corso accertamenti), accomunati dalla volontà di impedire a Borsellino di rivelare quanto a sua conoscenza in proposito. Appare, dunque, questa sì, una concausa della strage di via D’Amelio di elevata credibilità razionale”.

“È quasi superfluo ribadire che la presente richiesta di archiviazione non costituisce la fine delle indagini sulle stragi del 1992 – aggiungono – in relazione alle quali tutti i filoni rimangono aperti con indagini in corso. Del resto, è proprio l’insegnamento di Falcone che sottolinea l’importanza strategica della archiviazione e della successiva riapertura delle indagini, soprattutto in materia di criminalità organizzata (ed ancora di più, ritiene la Procura, in relazione alle stragi), nell’ambito della quale è molto probabile il sopraggiungere di nuovi elementi o spunti di indagine”.

La conversazione Scarpinato-Natoli

Nel provvedimento di archiviazione ci sono dei passaggi molto critici nei confronti di alcuni magistrati. “L’odierno decidente ritiene di non poter (e dover) prendere posizione sul fatto che un membro della Commissione Nazionale Antimafia (il senatore del M5 Stelle Roberto Scarpinato ndr) possa concordare e/o anticipare ad un soggetto che dovrà essere audito (il Dott. Gioacchino Natoli) le domande che avrà intenzione di porgli. Si tratta di un giudizio di opportunità squisitamente politico che è rimesso a sedi diverse da quella giurisdizionale”.

“Quello che però qui è doveroso segnalare è l’attività depistante posta in essere dal Senatore Scarpinato nei confronti del Dott. Natoli quanto il contenuto“, si legge ancora.

Viene riportata la conversazione in cui Scarpinato diceva a Natoli: “… senti tu non ti devi dimenticare assolutamente… di parlare de… della riunione che ci fu alla Procura di Palermo, ehm… quando fu? il 14 luglio! quella del ’92… ma tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione, con tutti i contenuti, eccetera eccetera…). In un altro passaggio si parla chiaramente di “inquinamento posta in essere dal senatore Scarpinato”.

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Ed ancora, il gip sottolinea come dato “assolutamente incontrovertibile” l’interesse di Falcone e Borsellino sul dossier mafia e appalti: “… è quindi evidente che il Dott. Giuseppe Pignatone – magistrato in quiescenza e già Procuratore di Roma – ha mentito quando in sede di audizione al Csm il 30.07.1992 ha affermato che ‘Falcone di questo rapporto non se ne è mai occupato perché lo ha ricevuto lo ha messo in cassaforte e se ne è andato […] cioè se ne ha parlato e ne credeva come Direttore Generale degli Affari Penali è un altro discorso come Procuratore aggiunto della Repubblica non ne ha mai parlato con me e con Lo Forte che eravamo i destinatari”.

Il giudice Bologna parla poi di “relazioni ambigue di alcuni magistrati della Procura di Palermo di quegli anni (emblematicamente il procuratore capo Giammanco) e della cattiva gestione di alcuni procedimenti che toccavano i più vitali interessi della criminalità organizzata in relazione al settore degli appalti”.


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