La tragedia del suicidio di un giudice riporta su dall’abisso delle cose dimenticate la depressione. Non ne parliamo mai, fino a quando la cronaca non impone il suo ritorno, perché è il male sepolto per eccellenza, l’ombra che ci spaventa, di cui, forse, temiamo il contagio. Tutti conosciamo qualcuno che ci passa o che c’è passato e – se capita di incontrare queste anime di farfalle trafitte che volano accanto al muro – diamo talvolta fondo al vocabolario degli incoraggiamenti inutili. Stai su. Dai che non è niente. Trovati qualche interesse. Cerca un amore. Distraiti. Prova con i francobolli…
Come se fosse possibile immaginare il conforto della normalità per chi avverte se stesso intrappolato nelle sabbie mobili. Perfino in famiglia le risorse dell’amore sembrano spuntate nell’abbracciare chi pensa di coincidere con il suo stesso gelido isolamento e non riesce nemmeno più a respirare, se non con estrema fatica. Così, il depresso, per superficialità o dolore, può finire ai margini e riapparire soltanto con la più atroce notizia di sé. “Ma si può guarire, si può rinascere”, dice Viviana Cutaia, psicoterapeuta, colonna del Telefono Giallo per la prevenzione del disagio psichico e del suicidio (800 01 11 10, funziona sempre).
La dottoressa Cutaia combatte, con altri, su quel confine friabile, fatto di dialoghi in cui è necessario ascoltare soprattutto i silenzi. “La depressione è il cancro dell’anima – spiega – un altro dei mali del secolo, è il buio, il vuoto, la solitudine. Spesso chi sta intorno non sa pronunciare altro che frasi di incoraggiamento che non servono, che sono acqua fresca o peggiorano la condizione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme. L’esordio è precoce, abbiamo adolescenti e perfino bambini depressi. Certo che si può uscirne, attraverso un lavoro terapeutico personalizzato e mirato”.
Alla dottoressa Viviana è accaduto, ha osservato ‘il miracolo di una guarigione’ e più di una volta: “Molti pazienti, dopo la terapia, scrivono, manifestando gratitudine e affetto. E’ come rinascere e sperimentare un nuovo bagno di vita, una sensazione impagabile. Purtroppo, oggi, la depressione è oggetto di stigma nella nostra società, come se fosse sinonimo di una colpevole debolezza. Ovviamente, non è così. La fragilità può cogliere all’improvviso chi è stato troppo forte”.
“Di depressione è importante parlare con cautela e veicolando i messaggi opportunamente – dice lo psicologo Marco Barone – per non peggiorare la situazione. Chi vive una simile esperienza si sente impotente, come chi gli sta accanto. Ci sono tanti livelli di intervento. In qualche caso si rende necessario il supporto ai familiari del paziente depresso. Chi supera periodi del genere può pensare di essere un sopravvissuto, sa che è stata dura, ma ha una riserva importante per affrontare i momenti difficili. Le persone che guariscono sono più empatiche nei confronti del prossimo, hanno una grande ricchezza spirituale che mettono a disposizione”.
E’ il dono delle farfalle trafitte che si liberano dello spillo, riprendendo il volo dal punto in cui si era interrotto. Ed è conseguenziale che siano la guida di altre.
Il filosofo Augusto Cavadi approfondisce il sentiero dello stigma: “Sì, la depressione si vive con vergogna sociale, diventa vittima del pregiudizio come tutti i problemi che riguardano la mente. E ci condanniamo al silenzio, se ne siamo preda, mentre se, per esempio, ci rompiamo una gamba, non abbiamo difficoltà a comunicarlo. Come se ne esce? Con una rilettura profonda e consapevole di noi stessi, soprattutto, nel rapporto che ci lega al dolore e alla speranza”.
Perché camminano sempre insieme la ferita e l’orizzonte. Quando rinasci e ti volti indietro per riattaccare i cocci della storia, soltanto allora, capisci che il dolore freddo di ieri ha assunto il calore inaspettato della speranza di oggi.

