Tetraplegica e senza lavoro: | “Il concorso l’avevo vinto”

Tetraplegica e senza lavoro: | “Il concorso l’avevo vinto”

"Chiedo la possibilità di uscire da una prigione fatta di solitudine che subisco senza aver commesso alcuna colpa".

Lettera in redazione
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CATANIA. Il mio nome è Gabriella Villari, ho 52 anni e vivo a Catania. Dall’età di 19 anni sono tetraplegica a causa di un Arnold Chiari, rara malattia che ha compromesso il mio midollo ma, nonostante tutto, non ho mai smesso di studiare. Mi sono laureata in “Filosofia Teoretica” con il massimo dei voti e la lode, ho conseguito un Master e mi sono abilitata all’insegnamento che non ho potuto espletare a causa dei molti interventi subiti alla colonna cervicale per arrestare l’evolversi della patologia. Non sono mai potuta entrare nel mondo del lavoro perché per un disabile è difficile, soprattutto in Sicilia. Nel 2010, partecipo ad un concorso riservato ai disabili per “assistente amministrativo” al policlinico di Catania. Superate tutte le prove, nel 2012, entro in graduatoria al 19° posto.

Ed ecco la sorpresa: il 21 Febbraio del 2015 ricevo la lettera di assunzione. Ho solo un mese di tempo (21 Marzo) per presentarmi ed essere assunta, ma ciò mi è impossibile perché paralizzata per i dolori causati dalla cervicale, tanto da non avere la possibilità di comunicare agli uffici preposti il mio stato di salute, né la possibilità di delegare terzi, in quanto i dolori non mi permettevano di essere mentalmente attiva. Il 14 Aprile 2015 invio un’istanza di reintegrazione nella graduatoria con allegato certificato medico che, dopo qualche mese, mi viene rigettata. Il 7/10/2015 chiamo l’ufficio preposto all’assunzione che mi informa che la graduatoria è ferma ancora al 19° posto, ma io non posso essere reintegrata perché così stabilisce la legge.

So benissimo che la legge non ammette ignoranza, ma nel mio caso specifico potrebbe ammettere una deroga; difatti vivo con una zia di 93 anni e la mia pensione di 700 euro mensili non basta per pagarmi l’assistenza e le cure. Un lavoro, per me, rappresenterebbe non solo una sicurezza economica, ma anche un’integrazione sociale: la possibilità di uscire da una prigione fatta di solitudine che subisco senza aver commesso alcuna colpa. Così  da consentirmi di condurre un’esistenza dignitosa ed evitare la morte interiore.

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